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Benvenuti su

Salvo Tgweb

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Con l'ex magistrato Gherardo Colombo

Colombo ad Agrigento.
Articoli e  video:
link1; link2; link3.

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Ad Enna con il giornalista Lirio Abbate.
Presentazione del libro "I Complici. Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento". (di Abbate e Gomez)

Incontro “Terra di mafia e di lotta alla mafia”
svoltosi a Palma di Montechiaro (AG)
foto con M. Travaglio (ottobre 2006)

Con M. Travaglio e S. Guzzanti in occasione della presentazione di "Intoccabili" e  "Reperto Raiot" a Palermo (2005)

 

V-DAY Agrigento

foto del V-Day agrigentino foto (clicca qui) e anche il video (clicca qui)

V2-DAY 

Qui il video del secondo v-day

V2-Day il video (clicca qui)

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Manifesti "Amici di Beppe Grillo con Sonia Alfano presidente". Regionali 2008.

Con Sonia Alfano in visita presso il nosocomio agrigentino. (foto di Elio Di Bella)

Sonia Alfano ad Agrigento elezioni Europee 2009

 

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TUTTI GLI ANIMALI SONO UGUALI MA ALCUNI ANIMALI SONO PIU' UGUALI DEGLI ALTRI   G. Orwell
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“La tragedia dell’Italia è la sua putrefazione morale, la sua indifferenza, la sua vigliaccheria”. Piero Calamandrei
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"Non è la libertà che manca.
Mancano gli uomini liberi".          Leo Longanesi
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"Può stare nel luogo santo chi ha mani innocenti e cuore puro. Mani innocenti sono mani che non vengono usate per atti di violenza. Sono mani che non sono sporcate con la corruzioni e con tangenti. Cuore puro, quando il cuore è puro? E' puro un cuore che non si macchia con menzogna e ipocrisia, un cuore che rimane trasparente come acqua sorgiva perchè non conosce doppiezza".
Papa Benedetto XVI
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Oggi la nuova resistenza in che cosa consiste. Ecco l'appello ai giovani: di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato; di difendere la Repubblica e la democrazia. E cioè, oggi ci vuole due qualità a mio avviso cari amici: l'onestà e il coraggio. L'onestà... l'onestà... l'onestà. [...] E quindi l'appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto: la politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c'è qualche scandalo. Se c'è qualcuno che dà scandalo; se c'è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!       Sandro Pertini

Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà. Ecco, se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, ma privandomi della libertà, io la rifiuterei, non la potrei accettare. [...] Ma la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero.       S. Pertini

Sono del parere che la televisione rovina gli uomini politici, quando vi appaiono di frequente.                              S. Pertini
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Non è necessario essere socialisti per amare Pertini. Qualunque cosa egli dica o faccia, odora di pulizia, di lealtà e di sincerità.                 Indro Montanelli
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"Veramente la scoperta che c'è un'Italia berlusconiana mi colpisce molto: è la peggiore delle Italie che io ho mai visto, e dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime. L'Italia della marcia su Roma, becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze. L'Italia del 25 luglio, l'Italia dell'8 settembre, e anche l'Italia di piazzale Loreto, animata dalla voglia di vendetta. Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l'avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo". Indro Montanelli


25 settembre 2009

Angelino Alfano e il giudice Rosario Livatino. C'è forse antinomia?


“Allora dobbiamo essere governati da gente legata alla mafia.. è un Paese civile o no? ...è così! bisogna essere umiliati!”.
Queste le parole pronunciate da Paolo Sylos Labini nel 2001 con le quali vorrei destare gli animi, ormai sopiti, di noi poveri iloti italiani.

La domanda la faccio io: si può essere il burattino di Berlusconi e nel frattempo intitolare una sala del ministero ad un giudice ucciso dalla mafia?
Certo che si può, con quella faccia tosta si può tutto.

Premesso che sicuramente il giudice Livatino merita questo e altro, sono convinto che a lui poco importerebbe avere un'aula intitolata; sicuramente preferirebbe che lo Stato facesse davvero la lotta alla mafia, ed anzi, preferibilmente, che lo Stato non sia un tutt’uno con essa.

Ma veniamo al punto.

Sento il bisogno di esternare il mio stato d’animo in seguito ai servizi mandati in onda ieri su tutti i tg.
Non vi nascondo che sono sempre più nauseato di assistere a cerimonie prive di contenuti, di veder dar lustro a certo ciarpume.
Alfano parla di Livatino come modello “ideale”. E fa bene.
Ma qualcosa non mi convince. Ne parla bene perché il giudice è ormai defunto?
Mi domando quale trattamento avrebbe riservato a lui (un magistrato che faceva il suo dovere) la classe dirigente del Paese, con al seguito le tv padronali.
Chissà, probabilmente sarebbe stato trasferito, calunniato, bastonato col tubo catodico, delegittimato o quant’altro.
Nell’occasione della ricorrenza dell’assassinio del giudice canicattinese, il ministro siciliano elenca una serie di qualità che dovrebbe possedere un giudice, lasciando chiaramente intendere il pensiero suo e della banda bassotti a cui appartiene. E cioè che i giudici oggi sono pieni di pregiudizi ideologici; che giudicano senza obiettività i fatti; che valutano le persone sottoposte al loro giudizio non per quello che hanno commesso ma per quello che sono; non sono e non appaiono sereni e indipendenti; e altre corbellerie del genere.

L’Alfano pensiero è stupendo: il magistrato “ideale” non rilascia interviste.
Si evince da ciò che magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non erano dei buoni magistrati, non erano “ideali”. Troppe interviste!
Qualcuno dei presenti poteva farlo notare, ma sembrava male, meglio non disturbare.


Il momento sublime si ha quando l'eccelso Alfano afferma incauto: “Tocca a noi passare il testimone alle nuove generazioni”.
Infatti le nuove generazione hanno ancora impresso nella mente quel grande messaggio lanciato all’unisono da Berlusconi e Marcello Dell’Utri: “Vittorio Mangano eroe!”.

E se Mangano è eroe, per definizione eroi non potranno mai essere Borsellino, Falcone, e neanche Livatino. Perché delle due l’una, o sei mafioso o sei eroe di Stato.

“Io in un paese come questo non voglio vivere, preferisco morire, preferisco andare a trovare mio fratello [Paolo Borsellino], io non posso vivere in un Paese in cui Mangano viene proclamato eroe…”…“Noi non dobbiamo permettere di vivere in un Paese in cui eroe è Mangano e non Emanuela Loi. Noi non possiamo accettare di vivere in un Paese come questo…”

Io sto con Salvatore Borsellino, voi fate pure.








13 luglio 2009

Ricordiamo Paolo Borsellino nel migliore dei modi. Manifestazione a Palermo organizzata adl fratello Salvatore

Manifestazione a Palermo per il 19 luglio 2009 PDF Stampa E-mail

Scritto da Redazione www.19luglio1992.com   

“Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri” (Paolo Borsellino).

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Sono passati quasi diciassette anni dalla strage di via D'Amelio a Palermo in cui furono uccisi Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Walter Eddie Cosina.  Nonostante la magistratura e le forze dell'ordine abbiano individuato e perseguito numerosi mandanti ed esecutori della strage, rimangono pesanti zone d'ombra sulle entità esterne all'organizzazione criminale Cosa Nostra che con questa hanno deliberato e realizzato la strage stessa.

Per il 19 luglio di quest'anno, sarà una domenica, come 17 anni fa, insieme alle redazioni di www.19luglio1992.com e di ANTIMAFIADuemila  e a tanti altri amici e compagni di lotta stiamo organizzando, al posto delle solite commemorazioni, una manifestazione popolare articolata in una serie di iniziative con lo scopo di chiedere che sia fatta giustizia e di sostenere tutti i Servitori dello Stato che nel corso di questi anni hanno sempre dato il meglio di se' affinche questo diritto di tutti noi fosse tradotto in fatti.
Vogliamo così quest'anno evitare  che, come più volte è successo nel passato, delle persone che spesso indegnamente occupano le nostre Istituzioni arrivino in via D'Amelio a fingere cordoglio ed assicurarsi così che Paolo sia veramente morto. Vogliamo impedire che si celebrino riti di morte per chi, come Paolo Borsellino e i suoi ragazzi, sono oggi più vivi che mai.
Se lo faranno grideremo loro di andare a mettere le loro corone funebri sulla tomba di Mangano, è quello il "loro" eroe.
Spero che saremo in tanti, e tutti con una agenda rossa in mano per ricordare i misteri che ancora pesano su Via D'Amelio, i processi che vengono bloccati appena arrivano a toccare gli "intoccabili", i mandanti di quelle stragi.
Da Via D'Amelio, con quell'agenda in mano, andremo al Castello Utveggio, il posto dal quale una mano, che non era la mano di una mafioso ma di chi con la mafia ha stretto un patto scellerato, ha inviato il comando che ha fatto a pezzi Paolo e la sua scorta.
Vi chiedo di dedicare un giorno della nostra vita a Paolo e i suoi ragazzi che hanno sacrificato la loro vita per noi.
Sarà il giorno di inizio della nostra RESISTENZA,
Una RESISTENZA che sarà fatta di azioni e non solo di parole,
Una RESISTENZA che ci farà riappropriare del nostro paese e del nostro futuro

Salvatore Borsellino

 
 In questa pagina aggiorneremo costantemente il programma della manifestazione del 18-19-20 luglio 2009   .....>>continua>>




2 marzo 2009

La resa dei conti in Italia. L'intervista di Gioacchino Genchi.



Evidenzio solamente un paio di frasi. L'intervista seguitela tutta, con attenzione, perchè è una bomba.

"...E' giunta l'ora della resa dei conti in Italia: a cominciare dalle stragi di via D'Amelio e di Capaci.

...E' bene che gli italiani comincino a sapere delle collusioni fra apparati dello Stato servizi segreti, gente del malaffare e gente della politica.

...E l'attacco che viene fatto nei miei confronti parte esattamente dagli stessi soggetti che io avevo identificato la sera del diciannove luglio del 1992 dopo la strage di via D'Amelio, mentre vedevo ancora il cadavere di Paolo Borsellino che bruciava e la povera Emanuela Loi che cadeva a pezzi dalle mura di via D'Amelio numero diciannove dov'è scoppiata la bomba, le stesse persone, gli stessi soggetti, la stessa vicenda che io trovai allora la trovo adesso!

Consiglio vivamente i seguenti link:
http://www.youtube.com/watch?v=GwRqdpHhUKQ
http://www.youtube.com/watch?v=W7HquaSi5-4
http://www.youtube.com/watch?v=YJeDWa4bgPQ
http://www.youtube.com/watch?v=G8Xgo5ShQJg
http://www.beppegrillo.it/2009/02/il_silenzio_e_m.html#comments
http://www.beppegrillo.it/2009/02/gioacchino_genc.html#comments


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25 gennaio 2009

La confusione regna sovrana. Inchieste politico-mafiose, campagne diffamatorie, realtà imprenditoriali siciliane, politici siciliani e agrigentini. Sgarbi al pari di Sciascia!?



Sento il bisogno di rispondere a un commento (che riporto in fondo) dai contenuti diffusissimi  tra la gente (a causa probabilmente della scarsa qualità dell’informazione).

Colgo l’occasione, quindi, per affrontare un po’ i temi di mafia, politica e informazione (sui quali c’è sempre confusione).

 

 

- Il lettore esordisce dicendo: "… ancora non avete capito che con la scusa della lotta alla mafia, che e’ giusto che si faccia,…".

 

Ma come credi che vada fatta? La battaglia va fatta per vincerla e si vince  solo se si mira alla testa, alla mente dell'organizzazione. O pensi, come la maggior parte dei politici e dei giornalisti servi del potere, che basti tagliar qualche ramo della manovalanza mafiosa? La storia insegna che da sempre le inchieste su mafia (e inevitabilmente politica) si perdevano e venivano elise nel momento in cui si salivano i vari piani della gerarchia (vedi, per citare un esempio noto, la storia del prefetto Mori ai tempi di Mussolini).

Oggi è lo stesso. Le inchieste su mafia e politica si cercano in tutti i modi di bloccarle, di soffocarle, di sopprimerle. Con campagne diffamatorie innanzitutto. Le reti Mediaset hanno fatto scuola. Oltre a Sgarbi (leggendario menzognere), a titolo d’esempio, vorrei ragguagliarti sugli attacchi studiati a tavolino da Liguori e il suo “Fatti e misfatti” per isolare Caselli e delegittimarlo, da un lato, e dell’altro portare sostegno al padrone screditando i processi ad Andreotti e Dell’Utri.

Possiamo citare anche un altro artista proclive ai falsi: Lino Jannuzzi (in linea con Liguori e Sgarbi anche nel caso del suicidio Lombardini). Non perderò tempo a citare tutte le sue menzogne. Ma, per restare in argomento, come non menzionare i suoi celebri attacchi a Falcone, così  come quelli a Caselli? E non per niente giornalista preferito dai boss mafiosi (vedi intercettazioni Guttadauro-Aragona). E di stima, nelle stesse intercettazioni, gode anche un altro noto piaggiatore: Giuliano Ferrara.

 

- Altra frase nel commento: “svegliamoci siciliani onesti e riprendiamoci i nostri diritti”

Come ti "riprendi i tuoi diritti"? Attaccando come fa Sgarbi e i suoi compari i magistrati che combattono in prima linea la mafia?

La mafia è semplicemente e brutalmente uno dei modi in cui si manifesta il  potere politico.

Esiste e continua ad esistere proprio perché connessa alla politica. Se fosse stata solo un'organizzazione di semplici criminali, magari con la passione per la cicoria e la ricotta, sarebbe stata debellata da più di un secolo.

Sgarbi & C. attaccano sempre le inchieste e i magistrati che indagano sulle relazioni politico-mafiose. Pensi lo facciano per difendere noi onesti cittadini? O difendono la casta? E guarda che le responsabilità del perchè la mafia è sempre in forma smagliante - risollevata da un periodo in cui era quasi stremata (ma anche questo meriterebbe altro approfondimento) - va trovata proprio in quelle istituzioni che non vogliono realmente combatterla, ma preferiscono conviverci! E farci affari.

 

- Le “realtà imprenditoriali siciliane”?

Perchè te la prendi con i “potenti del nord”? Quelli siciliani per primi non ti bastano? Secondo te come è possibile che nella mia città (Agrigento) nel 2009 manchi ancora l’acqua? Quanti sono i politici siciliani e agrigentini che ricoprono ruoli di altissimo livello al governo nazionale e regionale? Il nord c’entra poco. Le inchieste sulla mafia non c’entrano niente con il nostro mancato sviluppo. Quest’ultimo è probabilmente più collegato ai politici collusi con la mafia che non ai “signori potenti del nord”, come da tua definizione.

Inoltre, ti comunico che non c'è mai stato libero mercato in Sicilia. Non vi è economia democratica.

Come risulta da molteplici processi è tutto controllato dalla mafia. Vuoi per caso che non vengano fatti neanche questi processi? Pensi che così gli imprenditori del nord vengano a portar benessere qui? E una volta arrivati qui, con chi pensi dovranno fare i conti?

Tu non puoi entrare, qualora lo volessi, nel mercato se prima non chiedi il permesso a Cosa nostra o se appena inizi ad acquisire quote di mercato (anche minime) non ottieni da loro la messa a posto, l'autorizzazione et similia.

Non è la guerra alla mafia che fa sì che si manifesti questa realtà.

 

- A proposito delle “guerre tra le procure”.

In questo caso sarò brevissimo. Non vi è stata alcuna guerra tra procure. Tutto montato ad arte per annullare quelle inchieste e quei magistrati. La procura di Salerno ha agito secondo legge. Quella di Catanzaro no.  Il problema è che Salerno aveva trovato riscontri alle denunce di De Magistris. E il “sistema” non può permettersi che si sappia che De Magistris aveva ragione, che stava agendo secundum legem, che era suo dovere farlo, e che è stato allontanato per il suo “non allineamento”. E allora: “guerra tra procure”! Così il cittadino non capisce niente.

 

- E gran finale: "bravo Sgarbi che dice il giusto al pari di Sciascia siciliano DOC".

Premesso che accostare Sgarbi a Sciascia è un’offesa per lo scrittore scomparso.

Sciascia va ricordato per quei romanzi coi quali denunciava (come anche Pasolini) la progressiva mafiosizzazione dello stato. Fotografava la realtà evidente ai più, ma che non emergeva come verità comune e verità processuale. Metteva in luce che non vi poteva esser giustizia contro i crimini del potere. Che i pochi volenterosi, in cerca di verità e giustizia, alla fine venivano uccisi o trasferiti. O non gli era possibile dimostrare i fatti a causa dei depistaggi e degli insabbiamenti che avvenivano per mano delle istituzioni stesse. La storia è sempre quella: impunità assoluta per i potenti e pugno fermo per il quisque de populo.

Diceva Sciascia nel 1979 in una celebre intervista: “i cittadini che fanno il proprio dovere, innanzitutto come semplici contribuenti, si vedono regolarmente presi in giro prima e ridicolizzati poi [...] perchè quelli che frodano il fisco vengono poi premiati con le leggi di perdono fiscale che costituiscono una esortazione e un incoraggiamento al non rispetto della legge, a essere un cattivo cittadino."

(Piccola riflessione: ma come mai il re dei condoni fiscali da noi è tanto amato?)

Ed ancora, nella stessa intervista: "Quali garanzie offre questo Stato [...] per quanto attiene all'applicazione del diritto, della legge, della giustizia? Quali garanzie offre contro [...] l'abuso di potere, l'ingiustizia? Nessuna. L'impunità che copre i delitti commessi contro la collettività e contro i beni pubblici, è degna di un regime di tipo sudamericano: neppure uno dei grandi scandali scoppiati in trent'anni ha avuto un chiarimento, nessuno dei responsabili è stato punito”.

Sono passati quasi altri trent’anni e quegli scandali a cui si riferisce sono ancora lì. Anzi, purtroppo, se ne sono aggiunti altri ancor più tragici e gravi.

 

 

Il celebre articolo al quale penso tu ti riferisca, quando accosti Sciascia a Sgarbi, è stato invece un episodio infelice e ha scaturito quello che lo scrittore racalmutese forse non aveva previsto.

E’ chiaro che quest’articolo è stato astutamente sfruttato dai nemici del pool.

Pensa un po’ al nefasto esempio indicato dallo scrittore col quale si mostrava il giudice Paolo Borsellino personaggio che faceva carriera soltanto perché si occupava di mafia.

Segnalo comunque che Sciascia tempo dopo ha avuto l’occasione di parlare proprio con il summenzionato giudice. Lo scrittore cambiò idea poco tempo dopo e racconta di essere stato travisato. A riguardo vorrei segnalare quest’articolo-intervista a Paolo Borsellino (risalente all’agosto del 1991). http://www.cuntrastamu.org/mafia/speciali/falcone/borsellino1.htm

Lo scrittore racalmutese criticava chi in quel periodo cavalcava l’onda dell’antimafia per esclusivo tornaconto personale; avvertiva il pericolo “antimafia come strumento di potere”; paventava che qualche politico o magistrato, non animato da buone intenzioni, potesse profittarne. Esclusivamente per interessi personali. (Mi vien da pensare al primo periodo, alla cosiddetta discesa in campo, dell’attuale presidente piduista che fu abilissimo a cavalcare l’onda di tangentopoli - e della pulizia dell’allora criminale classe dirigente - dichiarandosi apertamente a favore dei giudici, ai quali comunicava che il sostegno da parte del suo schieramento non sarebbe mai mancato.  Per le risate, vi prego, trattenetevi.)

Oggi, come allora,  le parole di Sciascia vengono strumentalizzate da quanti hanno soltanto l’intenzione di fermare giudici che fanno il loro dovere. Giudici che non fanno di certo carriera con l’antimafia, ma anzi  rimangono isolati dal loro stesso ambiente. Messi sotto pressione dalla stampa e dai politici. Ricattati, intimiditi, minacciati di sanzioni. Quando non vengono uccisi.

Dato che è dimostrato che non si fa carriera con l’antimafia, qualcuno sa spiegarmi chi glielo fa fare? Lo stipendio lo prenderebbero in ogni caso. Perché rischiare tanto?

Concludo dicendo che dopo la rappacificazione tra Borsellino e Sciascia, l’ultima considerazione che ebbe Borsellino in merito a quell'articolo apparso sul Corrire nell'87, fu di ben altro tipo.

Va infatti ricordato cosa  disse il magistrato il 26.06.92 (un mese dopo la strage di capaci e meno di un mese dalla sua): "Giovanni ha cominciato a morire tanto tempo fa. Questo paese, questo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciarono a farlo morire nel gennaio 1988, quando gli fu negata la guida dell'Ufficio Istruzione di Palermo. Anzi, forse cominciò a morire l'anno prima: quando Sciascia sul "Corriere" bollò me e l'amico Leoluca Orlando come professionisti dell'antimafia" .

 

Segnalo infine l’articolo di Nando Dalla Chiesa: Sciascia, perché non mi pento

 

Ecco il testo del commento di un certo Max:

bravi , svegli direi, ancora non avete capito che con la scusa della lotta alla mafia, che e’ giusto che si faccia, i signori potenti del nord hanno indiscriminatamente fatto fuori quasi tutte le realta’ imprenditoriali siciliane , oneste e disoneste.Se e’ questo il prezzo da pagare io non ci sto, e non dovreste accettare neanche voi , perche’ dobbiamo andare al nord per lavorare, perche’ al sud i signori potenti non ci hanno fatto fare neanche una ferrovia del ca….. che possa essere definita decente mentre loro hanno i treni ad alta velocita’, e chio ha detto che la magistratura dia sentenze giuste? i fatti degli ultimi tempi con le guerre tra le procure non vi dice niente?
svegliamoci siciliani onesti e riprendiamoci i nostri diritti di uomini normali non mafiosi tutti da dominare con il bastone , bravo sgarbi che dice il giusto al pari di SCiascia siciliano DOC , SVEGLIAAAAAAAA





19 gennaio 2009

Marco Travaglio - Passaparola. Diretta del 19.01.09

Borsellino: omicidio di Stato?

406
commenti




Testo:
"Buongiorno a tutti, oggi parliamo di un processo scomparso, un processo dimenticato. Anzi, per nulla dimenticato. Proprio perché chi di dovere lo sa che non ne parla. E dopo capirete il perché. A Palermo, in un’aula della quarta sezione penale del Tribunale, si sta processando l’ex capo dei servizi segreti civili, cioè l’ex capo del SISDE. Che è un prefetto, ma è anche un generale dei Carabinieri e si chiama Mario Mori..." 
(Clicca su continua per il testo completo dell'intervento).




23 luglio 2008

Lo splendido e toccante intervento di Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo. 16° anniversario della strage

Dico solamente grazie. Ho la pelle d'oca. Vedetelo assolutamente.


Da Micromega:

16° anniversario della strage di via d'Amelio

Salvatore Borsellino: “La strage del ‘92 è stata strage di Stato”

Pubblichiamo il video dell'intervento del fratello di Paolo Borsellino alla conferenza "La Nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino", organizzata da Antimafia2000 a Palermo il 19 luglio 2008 (qui il video integrale).






La Nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino


da www.antimafiaduemila.com, 19 luglio 2008

“Se domani si presenteranno alla commemorazione della strage di via D'Amelio i politici che dico io non gliela farò passare liscia”. Il grido di Salvatore Borsellino, fratello del giudice assassinato dalla mafia nel 1992, e più forte dello scrosciare di applausi delle circa cinquecento persone presenti ieri sera a Palazzo Steri, a Palermo, in occasione del convegno “La nascita della seconda repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino”, organizzato dalla redazione del giornale ANTIMAFIADuemila diretto da Giorgio Bongiovanni e moderato dalla caporedattrice Anna Petrozzi alla presenza dei giudici Luigi De Magistris, Antonio Ingroia, Roberto Scarpinato e del senatore Giuseppe Lumia.
Un debutto dai contenuti esplosivi quello di Borsellino, che per la prima volta parla a Palermo dopo la decisione assunta il 17 luglio dello scorso anno di uscire dal lungo silenzio che aveva caratterizzato gli ultimi anni della sua vita. E che parte da una riflessione ad alta voce: il ricordo dei momenti vissuti con il fratello Paolo, la speranza in una Italia diversa seguita alla sua morte, la delusione per la vittoria, ancora una volta, del puzzo del compromesso sul fresco profumo di libertà.
“Dopo l'assassinio di Paolo – sono le sue parole – ero arrivato a pensare che se il suo sacrificio era servito a risvegliare il Paese allora dovevo ringraziare Dio per quella morte. Ma poi mi sono dovuto ricredere. E se una volta si uccideva con le bombe oggi lo si fa tappando la bocca ai magistrati e delegittimandoli di fronte all'opinione pubblica”.
>>continua>>


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permalink | inviato da tgweb il 23/7/2008 alle 15:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



27 giugno 2008

Più insicurezza e ingiustizie per i cittadini. Questo doveva essere il vero slogan del Governo Berlusconi. Uguaglianza... Chi è costei?

Il “Governo della sicurezza” stermina la giustizia.

 Al contrario di quanto promesso ci saranno più cittadini senza giustizia e più delinquenti avvantaggiati dal quadro complessivo delle norme che stanno per essere varate.

Leggete e capite la gravità della situazione!

 
L’INCOSTITUZIONALITA’ DELL’EMENDAMENTO “BLOCCA-PROCESSI”

Apri il link sottostante per leggere tutto

http://www.associazionedeicostituzionalisti.it/dottrina/garanzie/pace.html

 
“…irrazionalità dell’esclusione dal provvedimento di sospensione dei soli reati più gravi,  che si pone in palese contrasto con quanto affermato sia da destra che da sinistra durante la recente campagna elettorale, e cioè che dovesse essere prontamente soddisfatta la generale richiesta di sicurezza a fronte della diffusa microcriminalità (mentre qui vengono addirittura esclusi furti, rapine e stupri, e cioè proprio quei reati che il decreto legge n. 92 intenderebbe radicalmente contrastare)…”

“…mancata ricomprensione, tra i reati più gravi (per i quali la sospensione non opera) del reato di corruzione del pubblico ufficiale (tra cui i giudici) e di corruzione in atti giudiziari, che sono forse i reati più gravi in uno «stato di diritto», nel quale la correttezza della conduzione dei processi mira ad assicurare l’eguaglianza di tutti di fronte alla legge…”

 
ANM SU SOSPENSIONE DEI PROCESSI

Apri il link sottostante per leggere tutto

http://www.associazionemagistrati.it/articolo.php?id=183

“…Si tratta di un intervento di cui non si comprendono le finalità e che aggrava la già difficile situazione del processo penale. Abbiamo il dovere di sottolineare le gravissime disfunzioni che deriverebbero dal generalizzato rinvio di un anno di migliaia di processi, anche per fatti di rilevante gravità…”

 

ECCO I REATI PER I QUALI SARA' OBBLIGATORIA LA SOSPENSIONE:

Sequestro di persona art. 605 c.p.
Estorsione art.629 c.p.
Rapina art.628 c.p.
Furto in appartamento art. 624 bis
Furto con strappo
Associazione per delinquere art. 416 c.p.
Stupro e violenza sessuale art. 609 bis c.p.    (strano vero??  ...dopo tanto allarme!)
Aborto clandestino
bancarotta fraudolenta
sfruttamento della prostituzione
frodi fiscali
Usura
Violenza privata

Immigrazione clandestina                 (strano vero??  ...dopo tanto allarme!)

Omicidio colposo con violazione delle norme sulla circolazione stradale

Ecc. ecc. sul su scritto link puoi leggere tutto

 

ESEMPI SU EMENDAMENTO SALVAPROCESSI

Esempio n.1

A) uno straniero irregolare violenta una studentessa alla fermata del tram.

B) un giovane studente cede gratuitamente una dose di hashish ad un coetaneo.

Quale processo faccio per primo?

Risposta: B

Vedi gli altri sul link su riportato

 

 

Ecco il punto di vista del  Financial Times :

“Silvio Berlusconi è in carica da quasi 50 giorni. Assistere allo spettacolo del suo nuovo governo in azione è un po' come mettersi a rivedere un vecchio e brutto film…”

“…Sta anche tentando di introdurre una legge che garantirebbe l'immunità alle alte cariche dello stato italiano, lui compreso. Una legge simile sarebbe impensabile nella quasi totalità degli stati occidentali…”

 leggi tutto 

http://www.osservatoriosullalegalita.org/08/acom/06giu3/2600giufttitalia.htm

 

Per fortuna c’è qualcuno che non dorme mentre uccidono la democrazia

Consiglio la visione di questi video:

manifestazione a Milano

http://www.youtube.com/watch?v=7hC020S9Mjw   (gran discorso di Piero al minuto 4:30)

http://it.youtube.com/watch?v=9lJVJn_S4-8             (intervento di Salvatore Borsellino (fratello di Paolo), Nando Dalla Chiesa)

 

Guarda “L'Empirico e le Intercettazioni”

http://it.youtube.com/watch?v=9wbJcLfQn8w

 




10 aprile 2008

Giustizia negata per Paolo Borsellino

Misteri d'Italia
Giustizia negata per Paolo Borsellino
"Una sentenza indegna" l'assoluzione dell'ufficiale dei carabinieri accusato di aver rubato l'agenda rossa del giudice assassinato 16 anni fa dalla mafia
di Salvatore Borsellino

La notizia mi è arrivata ieri come un pugno in piena faccia dalla Germania, tramite un amico che è sempre il primo a raccogliere le notizie non appena pubblicate dall'ANSA in Italia.
Ero stato invitato da Giuseppe Bascietto a presentare il suo libro su Pio La Torre e il primo impulso è stato quello di piantare tutto e tornare a casa, con la sensazione dell'inutilità di continuare a battermi per ottenere Giustizia a fronte di uno Stato che, come riportato di recente in un articolo speditomi da un lettore, "NON PUO' PROCESSARE SE STESSO".
Poi ho scelto di restare anche se, scusandomi con l'autore del libro e con in presenti, non ho potuto fare a meno, appena mi hanno data la parola, di comunicare a tutti i presenti la notizia che avevo appena appreso.
La notizia, cioè, dell'assoluzione in fase di udienza preliminare, senza neppure passare alla fase dibattimentale del processo, del Capitano Arcangioli dall'accusa di avere sottratto dalla macchina del Giudice Paolo Borsellino ancora in fiamme la borsa di cuoio contenenente l'ormai famosa Agenda Rossa nella quale il Magistrato appuntava tutti i suoi incontri e soprattutto i risultati degli interrogatori che in quei giorni conduceva con collaboratori di Giustizia quali Vincenzo Calcara, Gaspare Mutolo e Leonardo Messina.
Collaboratori che che gli stavano permettendo di squarciare il velo sulle collusioni tra mafia e politica, tra mafia e servizi segreti deviati, tra mafia e pezzi delle Istituzioni, tra mafia e mondo dell'imprenditoria e degli appalti.
Ho preso lo spunto, nel comunicare la notizia, dal sottotitolo del libro - "La vita del politico e dell'uomo che sfido' la mafia" - per dire che purtroppo in questo nostro disgraziato paese non sono mai lo Stato, la politica o le Istituzioni nel loro complesso a sfidare la mafia, è sempre una parte delle Istituzioni o peggio addirittura un singolo uomo o singoli uomini a condurre questa sfida contro la mafia o la criminalità organizzata, e questo consente a queste organizzazioni, grazie alla loro eliminazione, favorita dall'isolamento a cui quasi sempre vengono prima sottoposti, di risultare alla fine vincenti in questa lotta o rimandarla per anni, fino al prossimo magistrato, poliziotto o giornalista costretto, suo malgrado, a diventare un eroe a causa proprio della solitudine in cui conducono la loro lotta.
fonte: micromega


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9 gennaio 2008

Il dottor Mafia

Il dottor Mafia
La cagnara intorno alla grazia a Bruno Contrada e alla revisione del suo processo (prim'ancora che siano depositate le motivazioni della condanna in Cassazione!) si è momentaneamente spenta. Ma c'è da giurare che riprenderà presto, anche perchè Contrada è l'unico rappresentante di alto livello dello Stato che sia stato condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa: dunque il partito dell'impunità e della mafia non può tollerare questo precedente, che potrebbe presto "figliarne" altri.

Proprio l'altroieri è stato notificato al generale Mario Mori - ex capo del Ros e del Sisde, l'uomo che insieme al capitano Ultimo non perquisì il covo di Riina lasciandolo perquisire dalla mafia - l'avviso di chiusura delle indagini di un'altra inchiesta palermitana su presunti favori alla mafia per la mancata cattura di Bernardo Provenzano. Sempre a Palermo, è imminente la sentenza di primo grado a carico di Totò Cuffaro, imputato di favoreggiamento mafioso e indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Seguirà a ruota la sentenza d'appello nel processo a Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado a 9 anni sempre per concorso esterno. Insomma, si scrive Contrada e si legge Dell'Utri, Cuffaro, Mori. Si difende Contrada per salvare tutti gli altri esponenti dello Stato che trattarono (o sono accusati di averlo fatto) con la mafia. La partita esula dunque dall'avventura del vecchio poliziotto morente (o sedicente tale) e investe la possibilità di fare luce sui legami tra Cosa Nostra e chi dovrebbe combatterla.

L'unico antidoto al colpo di spugna è la conoscenza approfondita dei fatti. Per questo, da oggi, il nostro blog riporta le due sentenze decisive del processo Contrada: le conclusioni di quella del Tribunale di Palermo (1700 pagine), che nel 1996 condannò Contrada a 10 anni; e il testo integrale (700 pagine) di quella del secondo processo d'appello, che nel 2006 ricondannò Contrada a 10 anni (dopo che la Cassazione aveva annullato l'assoluzione nel primo appello) e fu definitivamente confermata nel maggio 2007 dalla Cassazione. Così ciascuno potrà toccare con mano la solidità delle accuse e dei riscontri trovati dai giudici alle parole dei mafiosi pentiti, ma soprattutto la mole di testimonianze rese da magistrati, questori, poliziotti, cittadini incensurati e servitori dello Stato, perlopiù intimi di Falcone e Borsellino, su questo traditore dello Stato che oggi pretenderebbe addirittura la grazia e il grazie dallo Stato. Il grazie dalla mafia, invece, l'ha già ricevuto in abbondanza.

Le conclusioni della sentenza di I grado (1996)

La sentenza d'appello (2006)
di marco travaglio
da: voglioscendere.it




6 gennaio 2008

Il cosiddetto “caso Contrada” ...Graziamo le vittime

Graziamo le vittime

Il cosiddetto “caso Contrada” è un ottimo banco di prova per misurare il ribaltamento non solo della verità, ma anche della logica e del buonsenso quando si parla di condannati o imputati eccellenti in quella che Longanesi definiva “patria del diritto, ma soprattutto del rovescio”. Manca poco che si chieda alle vittime di scusarsi con Contrada.
Il suo presunto “caso” consiste in questo: il Dottore, condannato 7 mesi fa a 10 anni definitivi per mafia, ha il diabete. Ma, a suo dire, il rancio nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere non rispetta la dieta prescritta dal suo medico. Così lui rifiuta il cibo e, com’è ovvio, deperisce. A questo punto il suo nuovo legale Giuseppe Lipera (il cui nome compare nelle carte dell’inchiesta palermitana “Sistemi criminali” per aver fondato nel ’93 a Catania “Sicilia Libera”, il partito creato da Cosa Nostra e abbandonato quando nacque Forza Italia), chiede la grazia.
Che c’entra la grazia con la dieta? Se la dieta è dannosa per la salute di Contrada, la si cambi. Se Contrada non può essere curato in cella, lo si sposti in infermeria o in ospedale, o gli si differisca la pena in attesa che stia meglio. Invece no: in una sorta di impazzimento collettivo, si scatena la casta politico-giornalistica, sempre pronta, anzi prona se c’è di mezzo un membro del Club degli Intoccabili.  Grazia presto, grazia subito, grazia atto dovuto E chi non è d’accordo è un bruto che “vuole far morire Contrada in carcere”.
Invece – osserva il cosiddetto ministro della Giustizia Mastella, anche a nome della sua signora – “non si può lasciare che un uomo muoia in carcere”. La frase suona bene, soprattutto a Natale. Ma esaminata a mente fredda, non ha senso: la possibilità che certi detenuti muoiano in cella è prevista espressamente dalla legge. Muoiono n carcere gli ergastolani, moriranno in carcere (si spera) Riina, Provenzano e decine di boss mafiosi e terroristi, muore in carcere chiunque deceda un attimo prima che termini di scontare la pena.
Infatti ogni anno muoiono in carcere centinaia di detenuti e nessuno dice nulla. Se però c’è di mezzo l’ex numero tre del Sisde, con amici importanti negli apparati, nella politica e nei giornali, il discorso cambia. Eppure, sentenze alla mano, Contrada è peggio di un mafioso: che un mafioso stia dalla parte della mafia, è normale; che un “servitore dello Stato”, stipendiato dallo Stato, stia dalla parte della mafia, è o dovrebbe essere un po’ meno normale. In questo senso la provocazione di Beppe Grillo è salutare: graziamo piuttosto Renato Vallanzasca, che non ha mai preso lo stipendio dallo Stato, non ha mai inscenato piagnistei e marcisce in carcere da trent’anni.
Che a chiedere la grazie per Contrada siano i Ferrara e gli Jannuzzi, è naturale: dopo aver ripetuto per una vita che non esistono rapporti fra mafia e politica, fra mafia e istituzioni, salvo che nella mente bacata di certi pm di Palermo, l’idea che un esponente dello Stato vada in carcere per mafia li disturba non poco.
Cicchitto e Il Giornale, inconsolabili, vorrebbero graziare Contrada per una grottesca par condicio con Ovidio Bompressi (che però uscì dopo 10 anni, non dopo 7 mesi). I tg di regime, quelli che la menano a ogni piè sospinto con la “certezza della pena”, martellano: “Contrada è stato condannato, ma si è sempre proclamato innocente”, come se la sua parola valesse quanto la Cassazione, come se le carceri non pullulassero di colpevoli che si proclamano innocenti.
Singolare la posizione di Macaluso: trova “sconcertante” il no di Rita Borsellino, “essere sorella di un giudice assassinato non dà titoli per giudicare ciò che si muove nel mondo della mafia”. Infatti qui ha giudicato la Cassazione. Ma si sa, le sentenze contano solo se assolvono: se condannano non valgono.
Tra i pochi commenti di buon senso c’è questo: “I casi sono due: o Contrada è innocente, e allora va liberato e risarcito; o è colpevole, e allora graziare un servitore dello Stato che tradisce lo Stato e viene condannato per mafia sarebbe un messaggio di speranza per la mafia”. Chi parla, purtroppo, non è un ministro o un leader dell’Unione. E’ Carlo Vizzini, Forza Italia.

Uliwood Party di Marco Travaglio
L’Unità del 28.12.2007




29 dicembre 2007

Ancora su Contrada. Finalmente in merito due paroline di Marco

 Dal Sisde alla Mafia la carriera de «’u Dutturi»*       


Sulle «ragioni umanitarie di eccezionale urgenza» che hanno indotto il ministro Mastella a istruire immediatamente la pratica per la grazia a Bruno Contrada... condannato definitivamente sette mesi fa a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, bastano le considerazioni di Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo: «Il giudice di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere si è pronunciato il 12 dicembre contro il differimento della pena del Contrada poiché le patologie dello stesso potrebbero essere curate in carcere o in apposite strutture esterne. Se peraltro tutti gli affetti di patologie come il diabete dovessero avanzare domanda di grazia e ottenerla in tempi così rapidi, il sovraffollamento delle carceri sarebbe rapidamente risolto».

Se poi Contrada non avesse avviato lo sciopero della fame, ma avesse continuato a nutrirsi, le sue condizioni di salute sarebbero senz’altro migliori. Il detenuto malato dev’essere curato, nell’infermeria del carcere o in ospedale, secondo le leggi vigenti, non essendo la grazia una terapia anti-diabete. Quanto alle ragioni giuridiche di un’eventuale clemenza, sono ancor più deboli di quelle umanitarie. Mai è stato graziato un personaggio di quel calibro condannato per mafia. E mai è stato graziato un condannato a distanza così ravvicinata dalla sua condanna (Contrada ha scontato 7 mesi dei 10 anni previsti). Si è molto discusso, a proposito di Adriano Sofri, se il candidato alla grazia debba almeno chiederla o possa riceverla d’ufficio, se debba accettare la sentenza o la possa rifiutare: ma, se anche prevalesse la seconda tesi, sarebbe ben strano graziare un signore, stipendiato per una vita dallo Stato, che ha dipinto i suoi giudici come strumenti in mano alla mafia per condannare un nemico della mafia, giudici al servizio di «un manipolo di manigoldi, di criminali, di pendagli da forca che hanno inventato le cose più assurde mettendosi d’accordo». E tuttora chiede la revisione del processo. Graziarlo addirittura prima dell’eventuale revisione, significherebbe usare impropriamente la clemenza per ribaltare il verdetto della Cassazione: un’invasione di campo del potere politico in quello giudiziario. Ultimo punto: sollecitata per un parere dal giudice di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, la Procura di Palermo ha risposto che Contrada non risulta aver mai interrotto i suoi rapporti con Cosa Nostra, ragion per cui si ritiene che potrebbe - una volta libero - riallacciarli.
Restano da esaminare le possibili ragioni «politiche» di tanta fretta. Ragioni che risalgono alle sua lunga e controversa carriera di poliziotto e agente segreto alle dipendenze dello Stato, ma al servizio dell’Antistato. Già capo della Mobile e della Criminalpol di Palermo, già numero tre del Sisde (alla guida del dipartimento Criminalità organizzata) fino al Natale del 1992, quando fu arrestato, Contrada è indicato come trait d’union fra Stato e mafia non solo da una ventina di mafiosi pentiti, ma pure da una gran quantità di autorevolissimi testimoni. A cominciare dai colleghi di Giovanni Falcone, che raccontano al diffidenza che il giudice nutriva nei confronti di «’u Dutturi»: i giudici Del Ponte, Caponnetto, Almerighi, Vito D’Ambrosio, Ayala. E poi Laura Cassarà, vedova di Ninni (uno dei colleghi di Contrada alla Questura di Palermo assassinati dalla mafia mentre lui colludeva con la mafia). Tutti a ripetere davanti ai giudici di Palermo che Contrada passava informazioni a Cosa Nostra, incontrando anche personalmente alcuni boss, come Rosario Riccobono e Calogero Musso. Nelle sentenze succedutesi in 15 anni, si legge che Contrada concesse la patente ai boss Stefano Bontate e Giuseppe Greco; che agevolò la latitanza di Riina e la fuga di Salvatore Inzerillo e John Gambino; che intratteneva rapporti privilegiati con Michele e Salvatore Greco; che spifferava segreti d’indagine ai mafiosi in cambio di favori e regali (come i 10 milioni di lire accantonati dal bilancio di Cosa Nostra, nel Natale del 1981, per acquistare un’auto a un’amante del superpoliziotto); che ha portato al processo falsi testimoni a sua difesa. Decisivo il caso di Oliviero Tognoli, l’imprenditore bresciano arrestato in Svizzera nel 1988 come riciclatore della mafia. Secondo Carla Del Ponte, che lo interrogò a Lugano insieme a Falcone,Tognoli ammise che a farlo fuggire dall’Italia era stato Contrada, anche se, terrorizzato da quel nome, rifiutò di metterlo a verbale. Poi, in un successivo interrogatorio, ritrattò. Quattro mesi dopo, Cosa Nostra tentò di assassinare Falcone e la Del Ponte con la bomba all’Addaura. Nemmeno Borslelino si fidava di Contrada. E nemmeno Boris Giuliano: finì anche lui morto ammazzato. Il che spiega, forse, lo sconcerto dei familiari delle vittime della mafia all’idea che lo Stato, dopo aver speso 15 anni per condannare Contrada, impieghi 7 mesi per liberarlo. Ma c’è un ultimo capitolo, che sfugge alle sentenze:uno dei tanti tasselli che compongono il mosaico del «non detto», o dell’«indicibile» sulla strage di via d’Amelio, dove morì Borsellino con gli uomini della sua scorta (ancora oggetto di indagini della Procura di Caltanissetta, che pure ha archiviato la posizione di Contrada). Quel pomeriggio del 19 luglio ’92 Contrada è in gita in barca al largo di Palermo con gli amici Gianni Valentino (un commerciante in contatto col boss Raffaele Ganci) e Lorenzo Narracci (funzionario del Sisde). Racconterà Contrada che, dopo pranzo, Valentino riceve una telefonata della figlia «che lo avvertiva del fatto che a Palermo era scoppiata una bomba e comunque c’era stato un attentato. Subito dopo il Narracci, credo con il suo cellulare, ma non escludo che possa anche aver usato il mio, ha chiamato il centro Sisde di Palermo per informazioni più precise». Appreso che la bomba è esplosa in via d’Amelio, dove abita la madre di Borsellino, Contrada si fa accompagnare a riva, passa da casa e, in serata, giunge in via d’Amelio. Ma gli orari - ricostruiti dal consulente tecnico dei magistrati, Gioacchino Genchi - non tornano. L’ora esatta della strage è stata fissata dall’Osservatorio geosismico alle 16, 58 minuti e 20 secondi. Alle 17 in punto, cioè 80 secondi dopo l’esplosione, Contrada chiama dal suo cellulare il centro Sisde di via Roma. Ma, fra lo scoppio e la chiamata, c’è almeno un’altra telefonata: quella che ha avvertito Valentino dell’esplosione. Dunque, in 80 secondi, accadono le seguenti cose: la bomba sventra via d’Amelio; un misterioso informatore (Contrada dice la figlia dell’amico) afferra la cornetta di un telefono fisso (dunque non identificabile dai tabulati), forma il numero di Valentino e l’avverte dell’accaduto; Valentino informa Contrada e gli altri sulla barca; Contrada afferra a sua volta il cellulare, compone il numero del Sisde e ottiene la risposta dagli efficientissimi agenti presenti negli uffici solitamente chiusi di domenica, ma tutti presenti proprio quella domenica. Tutto in un minuto e 20 secondi. Misteri su misteri. Come poteva la figlia di Valentino sapere, a pochi secondi dal botto, che - parola di Contrada - «c’era stato un attentato»? Le prime volanti della polizia giunsero sul posto 10-15 minuti dopo lo scoppio. E come potevano, al centro operativo Sisde, sapere che era esplosa una bomba in via D’Amelio già un istante dopo lo scoppio? Le prime notizie confuse sull’attentato sono delle 17.30. Escludendo che la figlia di Valentino e gli uomini del Sisde siano dei veggenti, e ricordando i rapporti del commerciante con i Ganci, viene il dubbio che l’informazione sia giunta da chi per motivi - diciamo così - professionali, ne sapeva molto di più. Qualcuno che magari si trovava appostato in via D’Amelio, o nelle vicinanze, in un ottimo punto di osservazione più distante (il Monte Pellegrino, dove sorge il castello Utveggiom sede di alcuni uffici del Sisde in contatto con un mafioso coinvolto nella strage). E attendeva il buon esito dell’attentato per poi comunicarlo in tempo reale a chi di dovere. Prima di concedere la grazia a Contrada, si dovrebbe almeno pretendere che dica la verità su quel giorno. Altrimenti qualcuno potrebbe sospettare - con i parenti delle vittime - che lo si voglia liberare prima che dica la verità.
UNITA' -  27 DICEMBRE 2007

* "Contrada, il dottor morte". Questo il titolo dello stesso articolo postato da Marco sul blog: voglioscendere.it


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27 dicembre 2007

ancora a proposito di Contrada. Grazia?

Vi segnalo il post di Grillo a riguardo.
Lo trovo molto interessante!

Grazia per Vallanzasca

discorso_Borsellino.jpg
Clicca il video

Mastella non si ferma neppure a Natale. Ha chiesto la grazia per Bruno Contrada, l’ex dirigente del SISDE condannato a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Il presidente Napolitano ha trasmesso la richiesta ricevuta dall’avvocato di Contrada.
Mastella ha detto
che: “La grazia a Contrada è un atto dovuto”. Non ha specificato a chi. A eventuali politici coinvolti nelle stragi mafiose? Alla criminalità organizzata? Gli italiani non hanno chiesto nulla al ministro di Grazia e Indulto (di Giustizia non se ne parla mai). >>continua>>


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26 dicembre 2007

Grazia a Contrada?

  
La procedura accelerata di grazia a Bruno Contrada rivela un'altra anomalia del nostro Paese.
Riporto le "Ansa" riguardanti il caso Contrada con le dichiarazioni di disaccordo di Rita Borsellino e della "Associazione familiari vittime via dei Georgofili".


Rita Borsellino: grave concedergli la grazia

PALERMO - Rita Borsellino, sorella del magistrato ucciso nella strage di via d'Amelio, chiederà un incontro al capo dello Stato Giorgio Napolitano in merito al dibattito in corso sulla concessione della grazia all'ex numero tre del Sisde, Bruno Contrada, che lei giudica grave. "Ritengo questa ipotesi estremamente grave - dice Borsellino - Contrada è stato condannato per reati commessi tradendo la sua funzione di servitore dello Stato, quello stesso Stato per cui Giovanni, Paolo e tanti altri rappresentati delle istituzioni hanno consapevolmente dato la vita". Rita Borsellino aggiunge: "Comprendo i sentimenti di pietà che si possono avere nei confronti di un uomo nelle condizioni di Contrada, ma la sua vicenda giudiziaria ha sempre lasciato l'alea del dubbio sul fatto che il dirigente del Sisde abbia detto fino in fondo ciò che sapeva sulle complicità di parte delle istituzioni con l'organizzazione mafiosa". Per la Borsellino "coloro che si accingono a decidere devono sapere che questo dubbio si riaccenderà anche sul loro operato". "Uno Stato deve sapere distinguere e ricordare - conclude - altrimenti il rischio, dirompente per un Paese democratico fondato sulla giustizia, è che domani possa apparire legittima e dovuta anche la grazia ai boss mafiosi. La mia richiesta al Capo dello Stato è da sorella di Paolo ma anche da parlamentare e da cittadina italiana".

Contrada, critiche a Mastella
Familiari vittime strage di mafia: ''Singolare tempismo''

(ANSA)-PALERMO, 25 DIC - Critiche alla decisione di Mastella di avviare l'iter per la grazia a Contrada anche dall'Associazione familiari vittime via dei Georgofili. 'Alquanto singolare'', secondo Giovanna Maggiani Chelli, 'concedere in tempi brevi la grazia' all'ex numero tre del Sisde, condannato a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa. L'associazione rappresenta le 5 vittime della strage compiuta dalla mafia il 27 maggio '93 con un'autobomba a via dei Georgofili a Firenze.

Ecco chi si aggiunge e chi è contro la posizione di Rita Borsellino. Da Repubblica le dichiarazioni all'indomani da parte della FONDAZIONE CAPONNETTO, R. SCOPELLITI, ECC..
..e ancora dal Corriere >>>


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26 ottobre 2007

Il tritolo? Oggi non serve più... ci son altri modi per fermare i magistrati

LETTERA DI SALVATORE BORSELLINO

"La notizia dell'avocazione da parte della Procura Generale dell'inchiesta Why Not al Procuratore De Magistris e' di quelle che lascia senza fiato.
Solo un'altra volta nella mia vita mi ero trovato in questo stato d'animo.
Era il 19 Luglio del 1992 e avevo appena sentito al telegiornale la notizia dell'attentato il cui scopo non era altri che quello di impedire ad un Giudice che, nelle sue indagini, era arrivato troppo vicino all'origine del cancro che corrode la vita dello Stato Italiano, di procedere sulla sua strrada.
Morto Paolo Borsellino l'ignobile patto avviato tra lo Stato Italiano e la criminalita' mafiosa aveva potuto seguire il suo corso ed oggi vediamo le conseguenze del degrado morale a cui questo scellerato patto ha portato.
Ieri era stato necessario uccidere uno dopo l'altro due giudici che, da soli, combattevano una lotta che lo Stato Italiano non solo si e' sempre rifiutato di combattere ma che ha spesso combattuto dalla parte di quello che avrebbe dovuto essere il nemico da estirpare e spesso ne ha armato direttamente la mano.
Oggi non serve piu' neanche il tritolo, oggi basta, alla luce del sole, avocare un'indagine nella quale uno dei pochi giudici coraggiosi rimasti stava per arrivare al livello degli "intoccabili", perche' tutto continui a procedere come stabilito.
Perche' questa casta ormai completamente avulsa dal paese reale e dalla gente onesta che ancora esiste, anche se purtroppo colpevole di un silenzio che ormai si confonde con l'indifferenza se non con la connivenza, possa continuare a governare indegnamente il nostro paese e a coltivare i propri esclusivi interessi in uno Stato che considera ormai di propria esclusiva proprietà.
Oggi basta che un ministro indegno come il signor Mastella ricatti un imbelle capo del governo, forse coinvolto negli stessi suoi luridi traffici, minacciando una crisi di governo, perche' tutta una classe politica faccia quadrato intono al suo degno rappresentante e si esercitino in conseguenza chissa' quale tipo di pressioni sui vertici molli della magistratura per ottenere l'avocazione di un'indagine e quindi l'inoffensivita' di un giudice sensa neanche bisogno del tritolo come era stato necessario per Paolo Borsellino.
Siamo giunti alla fine della Repubblica Italiana e dello Stato di Diritto.
In un paese civile il ministro Mastella non avrebbe potuto chiedere il trasferimento del Dr. De Magistris titolare dell'inchiesta in cui e' indagato il suo stesso capo di governo e lo stesso ministro.
Se la decisione del Procuratore Generale non verrà immediatamente annullata dal CSM, saremo di fronte alla fine dell'indipendenza della magistratura e in conseguenza dello stesso Stato di Diritto.
Il Presidente Giorgio Napolitano, nonostante sia stato più volte sollecitato, continua a tacere su queste nefandezze dimostrando che la retorica dello Stato e della figura istituzionale di garante della Costituzione Repubblicana non sono diventate, in questa disgraziata Italia, altro che vuote parole.
Quaranta anni fa sono andato via dalla Sicilia perche' ritenevo impossibile di vivere la mia vita in un paese in cui la legalita' era solo una parola del vocabolario, ora non ritengo piu' che sia una vita degna di chiamarsi con questo nome e quindi una vita degna di esserre vissuta quella di vivere in un paese dove l'illegalita' e' diventata la legge dello Stato." Salvatore Borsellino


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22 luglio 2007

Borsellino, 15 anni dopo. Leggete la lettera del fratello.

dal blog di Antonio Di Pietro

19 Luglio 2007

Borsellino, 15 anni dopo

Borsellino_92_07.jpg

Oggi ricorre il quindicesimo anniversario della morte di Paolo Borsellino. Voglio ricordarlo con una lettera di suo fratello Salvatore.

19 Luglio 1992 : Una strage di Stato.

"Per anni, dopo l’estate del 1992 sono stato in tante scuole d’Italia a parlare del sogno di Paolo e Giovanni, a parlare di speranza, di volontà di lottare, di quell’alba che vedevo vicina grazie alla rinascita della coscienza civile dopo il loro sacrificio, dopo la lunga notte di stragi senza colpevoli e della interminabile serie di assassini di magistrati, poliziotti e giornalisti indegna di un paese cosiddetto civile.
Poi quell’alba si è rivelata solo un miraggio, la coscienza civile che purtroppo in Italia deve sempre essere svegliata da tragedie come quella di Capaci o di Via D’Amelio, si è di nuovo assopita sotto il peso dell’ indifferenza e quella che sembrava essere la volontà di riscatto dello Stato nella lotta alla mafia si è di nuovo spenta, sepolta dalla volontà di normalizzazione e compromesso e contro i giudici, almeno contro quelli onesti e ancora vivi, è iniziata un altro tipo di lotta, non più con il tritolo ma con armi più subdole, come la delegittimazione della stessa funzione del magistrato, e di quelli morti si è cercato da ogni parte di appropriarsene mistificandone il messaggio.
Per anni allora ho sentito crescere in me, giorno per giorno, sentimenti di disillusione, di rabbia e a poco a poco la speranza veniva sostituita dalla sfiducia nello Stato, nelle Istituzioni che non avevano saputo raccogliere il frutto del sacrificio di quegli uomini, e allora ho smesso di parlare ai giovani convinto che non era mio diritto comunicare loro questi sentimenti, soprattutto che non era mio diritto di farlo come fratello di Paolo che, sino all’ultimo momento della sua vita, aveva sempre tenuto accesa dentro di sé, e in quelli che gli stavano vicino, la speranza, anzi la certezza, di un domani diverso per la sua Sicilia e per il suo Paese.
Per anni allora non sono neanche più tornato in Sicilia, rifiutandomi di vedere, almeno con gli occhi, l’abisso in cui questa terra era ancora sprofondata, di vedere, almeno con gli occhi, come tutto quello contro cui Paolo aveva lottato, la corruzione, il clientelismo, la contiguità fossero di nuovo imperanti, come nella politica, nel governo della cosa pubblica, fossero riemersi tutti i vecchi personaggi più ambigui, spesso dallo stesso Paolo inquisiti quando ancora in vita, e nuovi personaggi ancora peggiori dato che ormai oggi essere inquisiti sembra conferire un’aureola di persecuzione e quasi costituire un titolo di merito.
Da questa mia apatia, da questo rinchiudermi in una torre d’avorio limitandomi a giudicare ma senza più volere agire, sono stato di recente scosso da un incontro illuminante con Gioacchino Basile, un uomo che ha pagato sempre di persona le sue scelte, che, all’interno dei Cantieri Navali di Palermo e della Fincantrieri, ha sempre condotto, praticamente da solo e avendo contro lo stesso sindacato, quella lotta contro la mafia che sarebbe stata compito degli organismi dello Stato, Stato che invece, secondo le sue circostanziate denunce, intesseva accordi con la mafia trasformando le Partecipazioni Statali in un organismo di partecipazione al finanziamento e al potere della mafia in Sicilia.
I fatti riferiti in queste denunce, di cui Paolo Borsellino si era occupato nei giorni immediatamente precedenti il suo assassinio, sono state oggetto di una “Relazione sull’infiltrazione mafiosa nei Cantieri Navali di Palermo” da parte della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia (relatore on. Mantovano) ma come purtroppo troppo spesso succede in Italia con gli atti delle commissioni parlamentari, non hanno poi avuto sviluppi sul piano parlamentare mentre su quello giudiziario, come sempre succede quando si passa dalle indagini sulla mafia a quello sui livelli “superiori”, hanno subito la consueta sorte dell’archiviazione.
Gioacchino Basile è convinto che l’interesse personale che Paolo gli aveva assicurato nell’approfondimento di questo filone di indagine e l’averne riferito in uno dei suoi incontri a Roma nei giorni immediatamente precedenti la sua morte, sia il motivo principale della “necessità” di eliminarlo con una rapidità definita “anomala” dalla stessa Procura di Caltanissetta e che la sparizione di questo dossier dalla borsa di Paolo sia stata contestuale alla sottrazione dell’agenda rossa.
Per parte mia io credo che questo possa essere stato soltanto uno dei motivi, all’interno del più ampio filone “mafia-appalti” che lo stesso Paolo aveva fatto intuire fosse il motivo principale dell’eliminazione di Giovanni Falcone insieme alla sua ormai certa nomina a Procuratore Nazionale Antimafia.
Il motivo principale credo invece sia stato quell’accordo di non belligeranza tra lo Stato e il potere mafioso che deve essergli stato prospettato nello studio di un ministro negli incontri di Paolo a Roma nei giorni immediatamente precedenti la strage, accordo al quale Paolo deve di sicuro essersi sdegnosamente opposto.
Su questi incontri, che Paolo deve sicuramente aver annotato nella sua agenda scomparsa, pesa un silenzio inquietante e l’epidemia di amnesie che ha colpito dopo la morte di Paolo tutti i presunti partecipanti lo ha fatto diventare l’ultimo, inquietante, segreto di Stato, come inquietanti sono i segreti di Stato e gli “omissis” che riempiono le inchieste su tutte le altre stragi di Stato in Italia.
Ma il vero segreto di Stato, anche se segreto credo non sia più per nessuno, è lo scellerato accordo di mutuo soccorso stabilito negli anni tra lo Stato e la mafia.
A partire da quando i voti assicurati dalla mafia in Sicilia consentivano alla Democrazia Cristiana di governare nel resto dell’Italia anche se questo aveva come conseguenza l’abbandono della Sicilia, così come di tutto il Sud al potere mafioso, la rinuncia al controllo del territorio, l’accettazione della coesistenza, insieme alle tasse dello Stato, delle tasse imposte dalla mafia, il pizzo e il taglieggiamento.
E, conseguenza ancora più grave, la rinunzia, da parte dei giovani del sud, alla speranza di un lavoro se non ottenuto, da pochi, a prezzo di favori e clientelismo e negato, a molti, per il mancato sviluppo dell’ industrializzazione rispetto al resto del paese.
A seguire con il “papello” contrattato da Riina con lo Stato con la minaccia di portare la guerra anche nel resto del paese (vedi via dei Georgofili e via Palestro), contrattazione che è stata a mio avviso la causa principale della necessità di eliminare Paolo Borsellino, e di eliminarlo in fretta.
A seguire, infine, con l’individuazione di nuovi referenti politici dopo che le vicende di tangentopoli aveva fatto piazza pulita di buona parte della precedente classe politica e dei referenti “storici”.
Accordi questi che costituiscono la causa del degrado civile di oggi dove si consente che indagati per associazione mafiosa governino la Sicilia e dove, a livello nazionale, cresce, almeno nei sondaggi, il consenso popolare verso chi ha probabilmente adoperato capitali di provenienza mafiosa per creare il proprio impero industriale con annesso partito politico.
Come possono allora chiamarsi “deviati” e non consoni all’essenza stesso di questo Stato quei “Servizi” che, per “silenzio-assenso” del capo del Governo o su sua esplicita richiesta, hanno spiato magistrati ritenuti e definiti “nemici” nei relativi dossier e addirittura convinto altri magistati a spiare quei loro colleghi che, sempre negli stessi dossier, venivano definiti come “nemici”, “comunisti” e “braccio armato” della magistratura, con un linguaggio che non è difficile ritrovare negli articoli di certi giornali e nelle dichiarazioni di certi poltici.
Giaocchino Basile mi dice che sarebbe mio diritto “pretendere” dallo Stato di conoscere la verità sull’assassinio di Paolo, ma da “questo” Stato, dal quale ho respinto “l’indennizzo” che pretendeva di offrirmi quale fratello di Paolo, indennizzo che andrebbe semmai offerto a tutti i giovani siciliani e italiani per quello che gli è stato tolto, sono sicuro che non otterrò altro che silenzi.
Gli stessi silenzi, lo stesso “muro di gomma”, che hanno dovuto subire i figli del Generale Dalla Chiesa, i parenti dei morti in quella interminabile serie di stragi, la strage di Portella della Ginestra, la strage di Piazza Fontana, la strage di Piazza della Loggia, la strage del Treno Italicus, la strage di Ustica, la strage di Natale del rapido 904, la strage di Pizzolungo, le stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro, delle quali oggi si conoscono raramente gli esecutori, mai i mandanti e spesso neanche il movente, susseguitesi mentre nel nostro Sud, grazie alla latitanza delle altre istituzioni dello Stato, uno dopo l’altro venivano uccisi tutti i Magistrati e i rappresentanti delle forze dell’ordine che della lotta alla mafia avevano fatto la propria ragione di vita, in una tragica sequenza che non ha eguali in nessuno degli altri paesi del mondo cosiddetto civile.
Io mi chiedo invece, con amarezza , di quante altre stragi, di quanti altri morti avremo ancora bisogno perché da parte dello Stato ci sia finalmente quella reazione decisa e soprattutto duratura, come finora non è mai stata, che porti alla sconfitta delle criminalità mafiosa e soprattutto dei poteri, sempre meno occulti, ad essa legati, perché venga finalmente rotto quel patto scellerato di non belligeranza che, come disse il giudice Di Lello il 20 Luglio del 1992, pezzi dello Stato hanno da decenni stretto con la mafia e che ha permesso e continua a permettere non solo la passata decennale latitanza di boss famosi come Riina e Provenzano ma la latitanza e l’impunità di decine di “capi mandamento” che sono i veri padroni sia di Palermo che delle altre città della Sicilia.
Da parte mia sono certo che non riuscirò a conoscere la verità in quel poco che mi resta da vivere dato che, a 65 anni, sono solo un sopravvissuto in una famiglia in cui mio padre, il fratello di mio padre, mio fratello, sono tutti morti a 52 anni, i primi per cause naturali, l’ultimo perché era diventato un corpo estraneo allo Stato le cui Istituzioni egli invece profondamente rispettava (sempre le Istituzioni, non sempre invece quelli che le rappresentavano).
Spero soltanto che, in questo anniversario, mi siano risparmiate la vista e le parole dei tanti ipocriti che oggi piangono su Paolo e Giovanni quando, se fossero ancora in vita, li osteggerebbero accusandoli, nella migiore della ipotesi , di essere dei “professionisti dell’antimafia” o li farebbero addirittura spiare da squallidi personaggi come Pio Pompa come “nemici” o come “braccio armato della magistratura” .
Chiedo solo, in questa occasione, di avere delle risposte ad almeno alcune delle tante domande, dei tanti dubbi che non mi lasciano pace.
Chiedo al Proc. Pietro Giammanco, allontanato da Palermo dopo l’assassinio di Paolo, ma promosso ad un incarico più alto piuttosto che rimosso come avrebbe meritato, perché non abbia disposto la bonifica e la zona di rimozione per Via D’Amelio.
Eppure nella stessa via, al n.68 era stato da poco scoperto un covo dei Madonia e, a parte il pericolo oggettivo per l’incolumità di Paolo Borsellino, le segnalazioni di pericolo reale che pervenivano i quei giorni erano tali da da far confidare da Paolo a Pippo Tricoli lo stesso 19 Luglio: “è arrivato in città il carico di tritolo per me”.
A meno che, come affermato dal Sen. Mancino in un suo intervento del 20 Luglio alla camera, anche lui credesse che “Borsellino non era un frequentatore abituale della casa della madre” : infatti vi si recava appena almeno tre volte alla settimana!
La stessa domanda inoltro all’allora prefetto di Palermo Mario Jovine anche se la risposta ritiene di averla già data con l’affermazione fatta in quei giorni: “Nessuno segnalò la pericolosità di Via D’Amelio” .
Affermazione palesemente risibile : in quei giorni si erano susseguite le segnalazioni di possibili attentati a Paolo Borsellino e bastava interrogare gli stessi agenti della scorta, cinque dei quali morti insieme a lui, per sapere quali erano i punti più a rischio.
Chiedo alla Procura di Caltanissetta, e in particolare al gip Giovanbattista Tona, il motivo dell’archiviazione delle indagini relative alla pista del Castello Utveggio: eppure proprio da questo luogo partirono, subito dopo l’attentato, delle telefonate dal cellulare clonato di Borsellino a quello del dott.Contrada, oggi finalmente condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per collusione e favoreggiamento.
Chiedo alla stessa Procura di Caltanissetta, e sempre allo stesso gip Giovanbattista Tona, i motivi dell’archiviazione dell’inchiesta relativa ai mandanti occulti delle stragi.
Per un’altra archivazione, quella relativa alle vicissitudini del fascicolo Fincantieri ho già inoltrato richiesta di chiarimenti in via ufficiale.
Chiedo alla Procura di Caltanissetta di non archiviare, se non lo ha già fatto, le indagini relative alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo e di chiarire il coinvolgimento dei tutte le persone, dei servizi e non, in essa coinvolte.
Chiedo soprattutto al sen. Nicola Mancino, del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al 1992, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi ed abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte.
O spiegarci perché, dopo avere telefonato a Paolo per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Poliza dott. Parisi e il dott. Contrada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come raccontò lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente. Altrimenti, grazie alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo, non saremo mai in grado di saperlo.
E in quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D’Amelio."
Salvatore Borsellino

 


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permalink | inviato da tgweb il 22/7/2007 alle 22:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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