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Salvo Tgweb

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Con l'ex magistrato Gherardo Colombo

Colombo ad Agrigento.
Articoli e  video:
link1; link2; link3.

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Ad Enna con il giornalista Lirio Abbate.
Presentazione del libro "I Complici. Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento". (di Abbate e Gomez)

Incontro “Terra di mafia e di lotta alla mafia”
svoltosi a Palma di Montechiaro (AG)
foto con M. Travaglio (ottobre 2006)

Con M. Travaglio e S. Guzzanti in occasione della presentazione di "Intoccabili" e  "Reperto Raiot" a Palermo (2005)

 

V-DAY Agrigento

foto del V-Day agrigentino foto (clicca qui) e anche il video (clicca qui)

V2-DAY 

Qui il video del secondo v-day

V2-Day il video (clicca qui)

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Manifesti "Amici di Beppe Grillo con Sonia Alfano presidente". Regionali 2008.

Con Sonia Alfano in visita presso il nosocomio agrigentino. (foto di Elio Di Bella)

Sonia Alfano ad Agrigento elezioni Europee 2009

 

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TUTTI GLI ANIMALI SONO UGUALI MA ALCUNI ANIMALI SONO PIU' UGUALI DEGLI ALTRI   G. Orwell
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“La tragedia dell’Italia è la sua putrefazione morale, la sua indifferenza, la sua vigliaccheria”. Piero Calamandrei
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"Non è la libertà che manca.
Mancano gli uomini liberi".          Leo Longanesi
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"Può stare nel luogo santo chi ha mani innocenti e cuore puro. Mani innocenti sono mani che non vengono usate per atti di violenza. Sono mani che non sono sporcate con la corruzioni e con tangenti. Cuore puro, quando il cuore è puro? E' puro un cuore che non si macchia con menzogna e ipocrisia, un cuore che rimane trasparente come acqua sorgiva perchè non conosce doppiezza".
Papa Benedetto XVI
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Oggi la nuova resistenza in che cosa consiste. Ecco l'appello ai giovani: di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato; di difendere la Repubblica e la democrazia. E cioè, oggi ci vuole due qualità a mio avviso cari amici: l'onestà e il coraggio. L'onestà... l'onestà... l'onestà. [...] E quindi l'appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto: la politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c'è qualche scandalo. Se c'è qualcuno che dà scandalo; se c'è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!       Sandro Pertini

Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà. Ecco, se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, ma privandomi della libertà, io la rifiuterei, non la potrei accettare. [...] Ma la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero.       S. Pertini

Sono del parere che la televisione rovina gli uomini politici, quando vi appaiono di frequente.                              S. Pertini
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Non è necessario essere socialisti per amare Pertini. Qualunque cosa egli dica o faccia, odora di pulizia, di lealtà e di sincerità.                 Indro Montanelli
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"Veramente la scoperta che c'è un'Italia berlusconiana mi colpisce molto: è la peggiore delle Italie che io ho mai visto, e dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime. L'Italia della marcia su Roma, becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze. L'Italia del 25 luglio, l'Italia dell'8 settembre, e anche l'Italia di piazzale Loreto, animata dalla voglia di vendetta. Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l'avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo". Indro Montanelli


25 settembre 2009

Angelino Alfano e il giudice Rosario Livatino. C'è forse antinomia?


“Allora dobbiamo essere governati da gente legata alla mafia.. è un Paese civile o no? ...è così! bisogna essere umiliati!”.
Queste le parole pronunciate da Paolo Sylos Labini nel 2001 con le quali vorrei destare gli animi, ormai sopiti, di noi poveri iloti italiani.

La domanda la faccio io: si può essere il burattino di Berlusconi e nel frattempo intitolare una sala del ministero ad un giudice ucciso dalla mafia?
Certo che si può, con quella faccia tosta si può tutto.

Premesso che sicuramente il giudice Livatino merita questo e altro, sono convinto che a lui poco importerebbe avere un'aula intitolata; sicuramente preferirebbe che lo Stato facesse davvero la lotta alla mafia, ed anzi, preferibilmente, che lo Stato non sia un tutt’uno con essa.

Ma veniamo al punto.

Sento il bisogno di esternare il mio stato d’animo in seguito ai servizi mandati in onda ieri su tutti i tg.
Non vi nascondo che sono sempre più nauseato di assistere a cerimonie prive di contenuti, di veder dar lustro a certo ciarpume.
Alfano parla di Livatino come modello “ideale”. E fa bene.
Ma qualcosa non mi convince. Ne parla bene perché il giudice è ormai defunto?
Mi domando quale trattamento avrebbe riservato a lui (un magistrato che faceva il suo dovere) la classe dirigente del Paese, con al seguito le tv padronali.
Chissà, probabilmente sarebbe stato trasferito, calunniato, bastonato col tubo catodico, delegittimato o quant’altro.
Nell’occasione della ricorrenza dell’assassinio del giudice canicattinese, il ministro siciliano elenca una serie di qualità che dovrebbe possedere un giudice, lasciando chiaramente intendere il pensiero suo e della banda bassotti a cui appartiene. E cioè che i giudici oggi sono pieni di pregiudizi ideologici; che giudicano senza obiettività i fatti; che valutano le persone sottoposte al loro giudizio non per quello che hanno commesso ma per quello che sono; non sono e non appaiono sereni e indipendenti; e altre corbellerie del genere.

L’Alfano pensiero è stupendo: il magistrato “ideale” non rilascia interviste.
Si evince da ciò che magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non erano dei buoni magistrati, non erano “ideali”. Troppe interviste!
Qualcuno dei presenti poteva farlo notare, ma sembrava male, meglio non disturbare.


Il momento sublime si ha quando l'eccelso Alfano afferma incauto: “Tocca a noi passare il testimone alle nuove generazioni”.
Infatti le nuove generazione hanno ancora impresso nella mente quel grande messaggio lanciato all’unisono da Berlusconi e Marcello Dell’Utri: “Vittorio Mangano eroe!”.

E se Mangano è eroe, per definizione eroi non potranno mai essere Borsellino, Falcone, e neanche Livatino. Perché delle due l’una, o sei mafioso o sei eroe di Stato.

“Io in un paese come questo non voglio vivere, preferisco morire, preferisco andare a trovare mio fratello [Paolo Borsellino], io non posso vivere in un Paese in cui Mangano viene proclamato eroe…”…“Noi non dobbiamo permettere di vivere in un Paese in cui eroe è Mangano e non Emanuela Loi. Noi non possiamo accettare di vivere in un Paese come questo…”

Io sto con Salvatore Borsellino, voi fate pure.








5 luglio 2009

Berluska e le telefonate dei mafiosi



Vi segnalo la lettura del suguente articolo

Amnesy International

di Marco Travaglio

Dunque la mafia si aspettava favori da Silvio Berlusconi e minacciava, in caso contrario, di fare del male a suo figlio Piersilvio. Lo dimostra un foglio manoscritto, forse da Riina in persona, che l’aveva girato a Provenzano perché lo facesse pervenire al Cavaliere o a Dell’Utri tramite Vito Ciancimino. La richiesta era semplice: una delle tante tv berlusconiane a disposizione di Cosa Nostra, altrimenti “dovrà essere compiuto un luttuoso evento”. Nel paese degli smemorati, giornali e telegiornali annunciano la cosa come se fosse strana e inedita. In realtà sono quasi quarant’anni, da quando nel 1974 Marcello Dell’Utri infiltrò un mafioso travestito da stalliere nella villa di Arcore, che va avanti lo stop and go. Favori e contraccambi, minacce e ricatti. Per chi ha scoperto solo ora che il premier è ricattabile (da qualche decina di escort, ragazze immagine, letterine, letteronze e papponi), sarà una sorpresa. Per chi conosce le carte, è una conferma. L’ennesima. Basta leggere la telefonata intercettata a Milano alle ore 9,27 del 17 febbraio 1988 fra Berlusconi e il suo socio immobiliarista, Renato Della Valle, all’epoca indagato per bancarotta, e pubblicata in vari nostri libri (dunque mai raccontata in tv).
>>CONTINUA>>




31 marzo 2009

Le vere origini di Forza Italia - PdL. Rimettiamo in ordine le idee.



Testo:
"Buongiorno a tutti.
Non per guastare la festa a questa bella incoronazione imperiale del leader del popolo delle libertà che, come avete visto, a sorpresa è stato eletto primo, unico, ultimo imperatore del partito che aveva fondato sul predellino di una macchina e che quando l'aveva fondato Gianfranco Fini l'aveva subito fulminato dicendo: “siamo alla comica finale, noi non entreremo mai nel Popolo della Libertà e Berlusconi non tornerà mai più a Palazzo Chigi con i voti di Alleanza Nazionale”.
E quando qualcuno gli aveva chiesto “Possibilità che AN rientri all'ovile?”, risposta di Fini: “Noi non dobbiamo tornare all'ovile perché non siamo pecore”. Poi come avete visto sono tornati all'ovile quindi ne dobbiamo concludere che sono pecore o pecoroni.
Ecco, non è per guastare il clima idilliaco.......


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permalink | inviato da tgweb il 31/3/2009 alle 10:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



25 gennaio 2009

La confusione regna sovrana. Inchieste politico-mafiose, campagne diffamatorie, realtà imprenditoriali siciliane, politici siciliani e agrigentini. Sgarbi al pari di Sciascia!?



Sento il bisogno di rispondere a un commento (che riporto in fondo) dai contenuti diffusissimi  tra la gente (a causa probabilmente della scarsa qualità dell’informazione).

Colgo l’occasione, quindi, per affrontare un po’ i temi di mafia, politica e informazione (sui quali c’è sempre confusione).

 

 

- Il lettore esordisce dicendo: "… ancora non avete capito che con la scusa della lotta alla mafia, che e’ giusto che si faccia,…".

 

Ma come credi che vada fatta? La battaglia va fatta per vincerla e si vince  solo se si mira alla testa, alla mente dell'organizzazione. O pensi, come la maggior parte dei politici e dei giornalisti servi del potere, che basti tagliar qualche ramo della manovalanza mafiosa? La storia insegna che da sempre le inchieste su mafia (e inevitabilmente politica) si perdevano e venivano elise nel momento in cui si salivano i vari piani della gerarchia (vedi, per citare un esempio noto, la storia del prefetto Mori ai tempi di Mussolini).

Oggi è lo stesso. Le inchieste su mafia e politica si cercano in tutti i modi di bloccarle, di soffocarle, di sopprimerle. Con campagne diffamatorie innanzitutto. Le reti Mediaset hanno fatto scuola. Oltre a Sgarbi (leggendario menzognere), a titolo d’esempio, vorrei ragguagliarti sugli attacchi studiati a tavolino da Liguori e il suo “Fatti e misfatti” per isolare Caselli e delegittimarlo, da un lato, e dell’altro portare sostegno al padrone screditando i processi ad Andreotti e Dell’Utri.

Possiamo citare anche un altro artista proclive ai falsi: Lino Jannuzzi (in linea con Liguori e Sgarbi anche nel caso del suicidio Lombardini). Non perderò tempo a citare tutte le sue menzogne. Ma, per restare in argomento, come non menzionare i suoi celebri attacchi a Falcone, così  come quelli a Caselli? E non per niente giornalista preferito dai boss mafiosi (vedi intercettazioni Guttadauro-Aragona). E di stima, nelle stesse intercettazioni, gode anche un altro noto piaggiatore: Giuliano Ferrara.

 

- Altra frase nel commento: “svegliamoci siciliani onesti e riprendiamoci i nostri diritti”

Come ti "riprendi i tuoi diritti"? Attaccando come fa Sgarbi e i suoi compari i magistrati che combattono in prima linea la mafia?

La mafia è semplicemente e brutalmente uno dei modi in cui si manifesta il  potere politico.

Esiste e continua ad esistere proprio perché connessa alla politica. Se fosse stata solo un'organizzazione di semplici criminali, magari con la passione per la cicoria e la ricotta, sarebbe stata debellata da più di un secolo.

Sgarbi & C. attaccano sempre le inchieste e i magistrati che indagano sulle relazioni politico-mafiose. Pensi lo facciano per difendere noi onesti cittadini? O difendono la casta? E guarda che le responsabilità del perchè la mafia è sempre in forma smagliante - risollevata da un periodo in cui era quasi stremata (ma anche questo meriterebbe altro approfondimento) - va trovata proprio in quelle istituzioni che non vogliono realmente combatterla, ma preferiscono conviverci! E farci affari.

 

- Le “realtà imprenditoriali siciliane”?

Perchè te la prendi con i “potenti del nord”? Quelli siciliani per primi non ti bastano? Secondo te come è possibile che nella mia città (Agrigento) nel 2009 manchi ancora l’acqua? Quanti sono i politici siciliani e agrigentini che ricoprono ruoli di altissimo livello al governo nazionale e regionale? Il nord c’entra poco. Le inchieste sulla mafia non c’entrano niente con il nostro mancato sviluppo. Quest’ultimo è probabilmente più collegato ai politici collusi con la mafia che non ai “signori potenti del nord”, come da tua definizione.

Inoltre, ti comunico che non c'è mai stato libero mercato in Sicilia. Non vi è economia democratica.

Come risulta da molteplici processi è tutto controllato dalla mafia. Vuoi per caso che non vengano fatti neanche questi processi? Pensi che così gli imprenditori del nord vengano a portar benessere qui? E una volta arrivati qui, con chi pensi dovranno fare i conti?

Tu non puoi entrare, qualora lo volessi, nel mercato se prima non chiedi il permesso a Cosa nostra o se appena inizi ad acquisire quote di mercato (anche minime) non ottieni da loro la messa a posto, l'autorizzazione et similia.

Non è la guerra alla mafia che fa sì che si manifesti questa realtà.

 

- A proposito delle “guerre tra le procure”.

In questo caso sarò brevissimo. Non vi è stata alcuna guerra tra procure. Tutto montato ad arte per annullare quelle inchieste e quei magistrati. La procura di Salerno ha agito secondo legge. Quella di Catanzaro no.  Il problema è che Salerno aveva trovato riscontri alle denunce di De Magistris. E il “sistema” non può permettersi che si sappia che De Magistris aveva ragione, che stava agendo secundum legem, che era suo dovere farlo, e che è stato allontanato per il suo “non allineamento”. E allora: “guerra tra procure”! Così il cittadino non capisce niente.

 

- E gran finale: "bravo Sgarbi che dice il giusto al pari di Sciascia siciliano DOC".

Premesso che accostare Sgarbi a Sciascia è un’offesa per lo scrittore scomparso.

Sciascia va ricordato per quei romanzi coi quali denunciava (come anche Pasolini) la progressiva mafiosizzazione dello stato. Fotografava la realtà evidente ai più, ma che non emergeva come verità comune e verità processuale. Metteva in luce che non vi poteva esser giustizia contro i crimini del potere. Che i pochi volenterosi, in cerca di verità e giustizia, alla fine venivano uccisi o trasferiti. O non gli era possibile dimostrare i fatti a causa dei depistaggi e degli insabbiamenti che avvenivano per mano delle istituzioni stesse. La storia è sempre quella: impunità assoluta per i potenti e pugno fermo per il quisque de populo.

Diceva Sciascia nel 1979 in una celebre intervista: “i cittadini che fanno il proprio dovere, innanzitutto come semplici contribuenti, si vedono regolarmente presi in giro prima e ridicolizzati poi [...] perchè quelli che frodano il fisco vengono poi premiati con le leggi di perdono fiscale che costituiscono una esortazione e un incoraggiamento al non rispetto della legge, a essere un cattivo cittadino."

(Piccola riflessione: ma come mai il re dei condoni fiscali da noi è tanto amato?)

Ed ancora, nella stessa intervista: "Quali garanzie offre questo Stato [...] per quanto attiene all'applicazione del diritto, della legge, della giustizia? Quali garanzie offre contro [...] l'abuso di potere, l'ingiustizia? Nessuna. L'impunità che copre i delitti commessi contro la collettività e contro i beni pubblici, è degna di un regime di tipo sudamericano: neppure uno dei grandi scandali scoppiati in trent'anni ha avuto un chiarimento, nessuno dei responsabili è stato punito”.

Sono passati quasi altri trent’anni e quegli scandali a cui si riferisce sono ancora lì. Anzi, purtroppo, se ne sono aggiunti altri ancor più tragici e gravi.

 

 

Il celebre articolo al quale penso tu ti riferisca, quando accosti Sciascia a Sgarbi, è stato invece un episodio infelice e ha scaturito quello che lo scrittore racalmutese forse non aveva previsto.

E’ chiaro che quest’articolo è stato astutamente sfruttato dai nemici del pool.

Pensa un po’ al nefasto esempio indicato dallo scrittore col quale si mostrava il giudice Paolo Borsellino personaggio che faceva carriera soltanto perché si occupava di mafia.

Segnalo comunque che Sciascia tempo dopo ha avuto l’occasione di parlare proprio con il summenzionato giudice. Lo scrittore cambiò idea poco tempo dopo e racconta di essere stato travisato. A riguardo vorrei segnalare quest’articolo-intervista a Paolo Borsellino (risalente all’agosto del 1991). http://www.cuntrastamu.org/mafia/speciali/falcone/borsellino1.htm

Lo scrittore racalmutese criticava chi in quel periodo cavalcava l’onda dell’antimafia per esclusivo tornaconto personale; avvertiva il pericolo “antimafia come strumento di potere”; paventava che qualche politico o magistrato, non animato da buone intenzioni, potesse profittarne. Esclusivamente per interessi personali. (Mi vien da pensare al primo periodo, alla cosiddetta discesa in campo, dell’attuale presidente piduista che fu abilissimo a cavalcare l’onda di tangentopoli - e della pulizia dell’allora criminale classe dirigente - dichiarandosi apertamente a favore dei giudici, ai quali comunicava che il sostegno da parte del suo schieramento non sarebbe mai mancato.  Per le risate, vi prego, trattenetevi.)

Oggi, come allora,  le parole di Sciascia vengono strumentalizzate da quanti hanno soltanto l’intenzione di fermare giudici che fanno il loro dovere. Giudici che non fanno di certo carriera con l’antimafia, ma anzi  rimangono isolati dal loro stesso ambiente. Messi sotto pressione dalla stampa e dai politici. Ricattati, intimiditi, minacciati di sanzioni. Quando non vengono uccisi.

Dato che è dimostrato che non si fa carriera con l’antimafia, qualcuno sa spiegarmi chi glielo fa fare? Lo stipendio lo prenderebbero in ogni caso. Perché rischiare tanto?

Concludo dicendo che dopo la rappacificazione tra Borsellino e Sciascia, l’ultima considerazione che ebbe Borsellino in merito a quell'articolo apparso sul Corrire nell'87, fu di ben altro tipo.

Va infatti ricordato cosa  disse il magistrato il 26.06.92 (un mese dopo la strage di capaci e meno di un mese dalla sua): "Giovanni ha cominciato a morire tanto tempo fa. Questo paese, questo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciarono a farlo morire nel gennaio 1988, quando gli fu negata la guida dell'Ufficio Istruzione di Palermo. Anzi, forse cominciò a morire l'anno prima: quando Sciascia sul "Corriere" bollò me e l'amico Leoluca Orlando come professionisti dell'antimafia" .

 

Segnalo infine l’articolo di Nando Dalla Chiesa: Sciascia, perché non mi pento

 

Ecco il testo del commento di un certo Max:

bravi , svegli direi, ancora non avete capito che con la scusa della lotta alla mafia, che e’ giusto che si faccia, i signori potenti del nord hanno indiscriminatamente fatto fuori quasi tutte le realta’ imprenditoriali siciliane , oneste e disoneste.Se e’ questo il prezzo da pagare io non ci sto, e non dovreste accettare neanche voi , perche’ dobbiamo andare al nord per lavorare, perche’ al sud i signori potenti non ci hanno fatto fare neanche una ferrovia del ca….. che possa essere definita decente mentre loro hanno i treni ad alta velocita’, e chio ha detto che la magistratura dia sentenze giuste? i fatti degli ultimi tempi con le guerre tra le procure non vi dice niente?
svegliamoci siciliani onesti e riprendiamoci i nostri diritti di uomini normali non mafiosi tutti da dominare con il bastone , bravo sgarbi che dice il giusto al pari di SCiascia siciliano DOC , SVEGLIAAAAAAAA





17 aprile 2008

Un uomo colto. Sul fatto - Il mitico Marcello Dell'Utri.. un eroe anche lui!!

Un uomo colto. Sul fatto


Ci sia consentito di ringraziare dal più profondo del cuore il sen.Marcello Dell'Utri, noto pregiudicato e soprattutto bibliofilo tra i più raffinati. Grazie perché non delude mai: trent'anni dopo la prima intercettazione che lo immortalò a colloquio con l'eroico Mangano, continua a ricevere mafiosi e a farsi beccare al telefono senza usare precauzioni. L'altro giorno, quando girava voce di un misterioso senatore sorpreso a colloquio con uomini della 'ndrangheta, ci siamo detti: no, non può essere ancora lui. Basta con questa cultura del sospetto che associa il suo nome a qualunque scandalo dell'orbe terracqueo. Ogni tanto si riposerà anche lui, che diamine. Invece s'è scoperto che l'uomo al telefono col bancarottiere Aldo Miccichè, latitante in Venezuela, era Dell'Utri. L'uomo che riceveva nel suo studio Antonio Piromalli, reggente del clan calabrese impegnato nei brogli esteri, e suo cugino Gioacchino, avvocato radiato dall'Ordine per una condanna di mafia, era ancora lui. L'uomo che poi ringraziava Miccichè per avergli mandato a casa quei «due bravi picciotti», era sempre lui. Grazie senatore per agevolare, con la sua sostenibile leggerezza dell'essere, gl'investigatori. La prima volta fu nel 1980, quando si fece sorprendere al telefono con Vittorio Mangano a parlare di «cavalli». La seconda nel 1986, quando il Cavaliere lo chiamò per informarlo di una bomba appena esplosa nella villa in via Rovani: ma «fatta con molto rispetto, quasi con affetto», un «segnale acustico» tipico dell'eroico Mangano (che fra l'altro non c'entrava perché era in galera). La terza un mese dopo, quando il mafioso Tanino Cinà gli telefonò per annunciargli l'arrivo di quattro cassate: una per lui, una per suo fratello, una per Confalonieri, una extralarge da 10 chili per Silvio. Le rare volte in cui non parla al telefono, le sue agende parlano per lui: due appunti del novembre '93 («2-11, Mangano Vittorio sarà a Milano per parlare problema personale»; «Mangano verso il 30-11») rivelano che, mentre dava gli ultimi ritocchi a FI, riceveva a Publitalia il solito Mangano, reduce da 11 anni di galera per mafia e droga. Altre volte, al telefono, parlano di lui gli amici degli amici. Come due uomini legati alla mafia catanese, Papalia e Cultrera, che il 25 marzo '94 si preparano alla prima vittoria azzurra: «Il giorno in cui Berlusconi salirà, come ho detto in una cena alla presenza anche di Marcello, si dovranno prendere tante soddisfazioni... fra cui l'annientamento dell'amministrazione (la giustizia, ndr), perché sono gruppi di comunisti!». Marcello è lo stesso che il 12 ottobre '98 riceve nell'ufficio di via Senato a Milano Natale Sartori (socio della figlia di Mangano in una coop di pulizie), pedinato dalla Dia in un'indagine per droga. Due mesi dopo, 31 dicembre, la Dia filma Dell’Utri mentre incontra a Rimini il falso pentito Pino Chiofalo, che organizza un complotto per calunniare i veri pentiti che accusano Marcello. Maggio '99: Dell'Utri è candidato in Sicilia all'Europarlamento: un picciotto di Provenzano, Carmelo Amato, vota e fa votare: «Purtroppo dobbiamo portare a Dell'Utri, se no lo fottono. Pungono sempre, 'sti pezzi di cornuti (i giudici, ndr). Questi sbirri non gli danno pace». Maggio 2001: il boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, parla col mafioso Salvatore Aragona: «Con Dell'Utri bisogna parlare», «alle elezioni '99 ha preso impegni» col boss Gioacchino Capizzi «e poi non s'è fatto più vedere». Aragona rivela: «Io sono stato invitato al Circolo, che è la sede culturale e intellettuale di Dell'Utri in via Senato, una biblioteca famosa». Nel 2003 Vito Roberto Palazzolo, condannato per narcotraffico, imputato per mafia e rifugiato in Sudafrica, aggancia Dell'Utri e la moglie perché premano sul ministro di Giustizia – scrivono i pm - «per ammorbidire le richieste di rogatoria e di estradizione». Nel 2005 la Procura di Monza intercetta due finanzieri, Savona e Pelanda, che parlano del Ponte sullo Stretto e il secondo ha appena saputo dall'amico Dell'Utri che «la gara d'appalto la vince Impregilo». Profezia puntualmente avverata. Nel 2005, scandalo scalate & furbetti. Mica c'entrerà Dell'Utri anche lì? No, nelle intercettazioni lui non parla e nessuno parla di lui. Ma poi arrestano Fiorani, e questo parla di 200 mila euro da sganciare ai senatori forzisti Grillo e Dell'Utri. Nessun reato, stabiliscono i giudici. Ma il suo motto è quello di Piercasinando: «Io c'entro». Sempre. Come diceva Montanelli, «Dell'Utri è un uomo colto. Soprattutto sul fatto».
l’Unità (13 aprile 2008)

MARCO TRAVAGLIO

ULIWOOD PARTY

l’Unità (13 aprile 2008)


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14 aprile 2008

Filippo Facci... Scartafacci

Scartafacci

Visto com'è ridotto, il Cainano avrebbe bisogno di qualcuno che gli misuri la pressione e la febbre, gli metta la camicia di forza, gli levi lo scolapasta dal capino e soprattutto gli spieghi la differenza tra un eroe e un mafioso, tra un politico e un delinquente, cose così. Invece è circondato di servi, perlopiù sciocchi, che appena spara una cazzata - ormai al ritmo di tre al minuto - s'affrettano a complimentarsi per l'idea geniale, dopodiché la sistematizzano, la corredano di glosse e note a pie' di pagina, dichiarano che da secoli non si ascoltava un pensiero tanto profondo. A quel punto il Cainano, passata la crisi, rientra momentaneamente in sé, e smentisce la cazzata con servi incorporati. I quali fan "sì sì" con la testina, come i cani di plastica sui cruscotti di certe vecchie Fiat 850. Due anni fa, penultima campagna elettorale, Bellachioma stava illustrando i crimini del comunismo, quando improvvisamente gli partì l'embolo e prese a raccontare di come, nella Cina di Mao, si bollissero i neonati per farne concime per i campi. Una balla talmente grossa da mettere a disagio il più servile dei servi, ma non Renato Farina e il poveraccio biondo con le mèches che scrive sul Giornale: i due riempirono colonne di piombo per dimostrare con riferimenti storici (ovviamente inventati) la bollitura degli infanti per ordine di Mao. Ora Farina entra in Parlamento. Il poveretto biondo con le mèches, invece, continua a scrivere sul Giornale con la penna intinta nella saliva. Ieri aveva un compito particolarmente arduo: salvare la faccia a Berlusconi e Dell'Utri dopo la beatificazione del mafioso Mangano. Arduo - si capisce - per un giornalista che deve confrontarsi con i fatti. Ma non per un servo che non vede al di là della sua lingua. Infatti il poveretto, anziché prendersela con i suoi padroni che si tenevano in casa un mafioso e se ne vantano pure, attacca chi lo racconta. Rilancia la solita balla della falsa laurea di Di Pietro (lui deve averla presa nello stesso posto, se scrive che Grillo è "un ecologista con yacht"...). Poi mi accusa di citare "una vecchia intervista di Borsellino" (ne citerei volentieri di più recenti, ma purtroppo Borsellino è morto ammazzato dagli amici dell'"eroe" Mangano). E soprattutto di essermi inventato un'intercettazione tra Mangano e Dell'Utri: "E' falso, Borsellino chiarisce che Mangano parlava con un membro della famiglia Inzerillo. Capito? Falso. La telefonata non vi fu". Ora, Borsellino non s'è mai sognato di smentire la telefonata Mangano-Dell'Utri: ha semplicemente detto che in un'altra coeva, fra Mangano e Inzerillo, si parlavano di cavalli per dire droga. Ma la telefonata Mangano-Dell'Utri, intercettata dalla Criminalpol il 14 febbraio 1980, ore 15.44, esiste in audio originale e trascrizione ufficiale agli atti del processo Dell'Utri, ben nota a tutti i giornalisti che sanno di che parlano. Il che spiega come mai il poveraccio biondo con le mèches non ne sa nulla. Casomai fosse interessato: Mangano chiama dall'hotel Duca di York di Milano, Dell'Utri risponde da casa dell'amico Filippo Alberto Rapisarda (allora latitante in Venezuela presso il clan Cuntrera Caruana). Il boss dice all'amico Marcello: "Ci dobbiamo vedere". Dell'Utri: "Come no? Con tanto piacere!". M: "Le devo parlare di una cosa... Anzitutto un affare". D: "Ehbeh, questi sono bei discorsi". M: "II secondo affare che ho trovato per il suo cavallo". D: "Davvero? Ma per questo dobbiamo trovare i piccioli". M: ".. .Perché? Non ce n'hai?". D: "Senza piccioli non se ne canta messa...". M: "Vada dal suo principale Silvio!". D: "Quello non sgancia ('"n sura", non suda, ndr).. .".M: "Non sgancia? Parola d'onore!". D:"Eh veramente... no, le dico tutto. Ho dovuto pagare per mio fratello (Alberto, in carcere a Torino per bancarotta, ndr) soltanto 8 milioni per la perizia contabile, sto uscendo pazzo, poi ho bisogno di soldi per me per gli avvocati perché sono nei guai (indagato per un'altra bancarotta, ndr)... sono in mezzo a una strada". M: "E Tonino (Tanino Cinà, altro mafioso poi condannato, ndr) l'ha inteso?". D: "Sì, l'ho sentito... dice se vi sentite perché deve venire...". Ecco: questa è la telefonata che, secondo il poveraccio, "non vi fu" e dunque "o Travaglio è un falsario, o è un disinformato. Ma questo dovrebbe interessare i direttori e caporedattori che neppure si accorgono della fraccata di balle che Travaglio scrive sui loro giornali". I suoi direttori invece s'accorgono benissimo delle balle che scrive il poveraccio: lo pagano apposta.

l'Unità (12 aprile 2008)
ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO


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22 marzo 2008

Dell'Utri/Ricca - Mafia? Chi è costei!

Questo non potete perdervelo!
Dal blog di Piero Ricca:

Marcello Dell’Utri

Marzo 14, 2008 on 12:04 pm | In Politica, Informazione | 233 Comments


“Esiste infatti una realtà innegabile: perché la mafia possa amministrare le sue migliaia di miliardi, debbono pur esserci imprese private ed istituti pubblici, uomini d’affari o di politica capaci di garantire l’impiego e la purificazione di quell’ininterrotto fiume di denaro. La nazione ha finalmente il diritto di identificarli!”.
Giuseppe Fava

“Mi si rivolta l’anima quando vedo tanti alzare le spalle mentre avvengono incredibili offese alla legge e alla legalità. No, bisogna gridare perché tutti si rendano conto di quel che accade. E non smettere di gridare finché non ci sentiranno anche coloro che non vogliono sentire”.
Rita Borsellino

Marcello Dell’Utri non ricorda chi fu Giuseppe Fava, il giornalista catanese che pagò con la vita il suo impegno antimafia. “Chi è, un suo amico?”, mi ha detto ieri, quando con gli amici di Qui Milano Libera siamo andati a interpellarlo al Palazzo della Permanente di Milano. Tema: le sue relazioni con mafiosi e la credibilità delle istituzioni. Marcello Dell’Utri non è pentito: dichiara infatti che frequentare personaggi come Mangano, Virga, Cinà (tutti condannati per mafia) “è meglio che frequentare gente come me”. In pratica mi considera peggio della mafia. Per quale motivo? perché mi son permesso il lusso di guastargli un po’ l’inaugurazione della fiera del libro antico con domande fuori copione e ricordando alcuni fatti: la condanna definitiva per reati finanziari, la condanna in primo grado per mafia, la condanna in appello per estorsione con l’ausilio di apposito boss trapanese (video-intervista a Vincenzo Garraffa). Lui desiderava solo intrattenere gli ospiti, disquisire di tomi antichi, illustrare la mostra su Pinocchio, come ogni mecenate che si rispetti. Con Berlusconi al governo - ha promesso - “faremo tutto”. Una priorità contro la mafia? gli ho chiesto. “Ce ne sono cinquantamila”, ha risposto, non specificandone una. E sempre sostenendo che lui con la mafia non c’entra nulla e che io non dovevo permettermi. Del valutare l’ipotesi di fare un passo indietro in attesa del verdetto finale, per rispetto delle istituzioni e senso dell’opportunità politica, nemmeno a parlarne. Il braccio destro di Berlusconi da quell’orecchio non ci sente. Si considera una vittima sacrificale, un nuovo Socrate. Ma la cicuta preferisce farla bere agli altri. Mentre lo interpellavo una schiera di adulatori, simpatizzanti e servetti vari gli faceva da corona, tutti offesi per conto suo, pronti all’invettiva verso di me. Il selezionatore di stallieri era livido, a un certo punto è diventato paonazzo, non di vergogna: quella non la prova. Ma di fastidio, di rabbia. Il tipico fastidio di chi ha speso una vita per far credere di essere qualcuno e poi si vede rovinare tutto in un attimo. La rabbia disperata di chi s’è mascherato da padrone e viene individuato come un intruso. Anche lo sguardo era tornato servile. Mentre stava per spiegare a modo suo la sfortuna di essersi imbattuto in un sacco di mafiosi, il coro dei simpatizzanti s’è fatto alto fino a sommergere le nostre parole. E il cuor di leone s’è l’è svignata, dopo essersi congedato con gentilezza da bibliofilo: dandomi dello “stronzo”. Detto da uno così è un complimento e infatti l’ho ringraziato. Ne è seguito il solito parapiglia con guardie pubbliche e private. In strada, mentre venivano sbrigate le pinocchiesche procedure di identificazione (è il cittadino che grida allo scandalo ad essere identificato, non viceversa), ho tenuto l’abituale comizietto a squarciagola, evocando concetti non so quanto familiari a quella corte di appassionati bibliofili: la sanzione reputazionale, la responsabilità politica, il coraggio intellettuale della verità. Soffro di raucedine in questi giorni, ma la voce s’è schiarita di colpo pensando a quanti, per aver contrastato la mafia e la politica mafiosa, non possono più parlare.

Qui trovate il video. Ma dopo averlo visto, se credete, rompete il silenzio anche voi!



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12 febbraio 2008

Appello alle persone "per bene" elettori di centro destra.

Si ripresenta con ampio credito dei leader di partito di centro destra e di giornalisti e commentatori prezzolati alla guida del paese il sempre nuovo e sempre giovane: Cavalier Caxxata. Ascoltate quante gravi e pesanti balle è capace di raccontare. Non può governare di nuovo, per favore! Gente per bene di centro destra, dove siete? Fatevi sentire. Lamentatevi, chiedete un altro leader!!!


Leggiamo il parere di qualcuno che non è a soldo del nostro bandana-boy come la rivista britannica Economist.  Leggi l'articolo


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8 febbraio 2008

La fantastica Stefania Prestigiacomo! La "balla blu"...

 Ma le sembriamo dei fessi? Ma sulla base di quali presupposti crede di prenderci per i "fondelli"?
Non può dire (con aria soddisfatta) che Forza Italia
presenterà "sicuramente" liste senza condannati in via definita e poi alla domanda se Dell'Utri sarà candidato rispondere che non lo sa. Come non lo sai???  Ti fanno presente - qualora nella improbabile ipotesi non lo sapessi

- che il suddetto Marcello ha condanne definitive, dici che FI non presenterà condannati...e  poi "non lo sai"??!
Per il resto ha tenuto a manifestare massima stima e amicizia verso Dell'Utri, e questo la dice lunga... ma a noi cosa importa? Non è una risposta questa! Sappiamo che non può deludere i Padroni.... ma almeno non prendere per il sedere la gente che sta davanti la tv. Non dire che Forza Italia non presenterà condannati. Non è nel vostro stile. E' un comportamento che non è nella vostra cultura. Del resto neanche i vostri elettori ve lo chiedono. Ma perchè fare queste figuracce? Ma per favore...


apri...               Scarica il volantino



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9 gennaio 2008

Il dottor Mafia

Il dottor Mafia
La cagnara intorno alla grazia a Bruno Contrada e alla revisione del suo processo (prim'ancora che siano depositate le motivazioni della condanna in Cassazione!) si è momentaneamente spenta. Ma c'è da giurare che riprenderà presto, anche perchè Contrada è l'unico rappresentante di alto livello dello Stato che sia stato condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa: dunque il partito dell'impunità e della mafia non può tollerare questo precedente, che potrebbe presto "figliarne" altri.

Proprio l'altroieri è stato notificato al generale Mario Mori - ex capo del Ros e del Sisde, l'uomo che insieme al capitano Ultimo non perquisì il covo di Riina lasciandolo perquisire dalla mafia - l'avviso di chiusura delle indagini di un'altra inchiesta palermitana su presunti favori alla mafia per la mancata cattura di Bernardo Provenzano. Sempre a Palermo, è imminente la sentenza di primo grado a carico di Totò Cuffaro, imputato di favoreggiamento mafioso e indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Seguirà a ruota la sentenza d'appello nel processo a Marcello Dell'Utri, condannato in primo grado a 9 anni sempre per concorso esterno. Insomma, si scrive Contrada e si legge Dell'Utri, Cuffaro, Mori. Si difende Contrada per salvare tutti gli altri esponenti dello Stato che trattarono (o sono accusati di averlo fatto) con la mafia. La partita esula dunque dall'avventura del vecchio poliziotto morente (o sedicente tale) e investe la possibilità di fare luce sui legami tra Cosa Nostra e chi dovrebbe combatterla.

L'unico antidoto al colpo di spugna è la conoscenza approfondita dei fatti. Per questo, da oggi, il nostro blog riporta le due sentenze decisive del processo Contrada: le conclusioni di quella del Tribunale di Palermo (1700 pagine), che nel 1996 condannò Contrada a 10 anni; e il testo integrale (700 pagine) di quella del secondo processo d'appello, che nel 2006 ricondannò Contrada a 10 anni (dopo che la Cassazione aveva annullato l'assoluzione nel primo appello) e fu definitivamente confermata nel maggio 2007 dalla Cassazione. Così ciascuno potrà toccare con mano la solidità delle accuse e dei riscontri trovati dai giudici alle parole dei mafiosi pentiti, ma soprattutto la mole di testimonianze rese da magistrati, questori, poliziotti, cittadini incensurati e servitori dello Stato, perlopiù intimi di Falcone e Borsellino, su questo traditore dello Stato che oggi pretenderebbe addirittura la grazia e il grazie dallo Stato. Il grazie dalla mafia, invece, l'ha già ricevuto in abbondanza.

Le conclusioni della sentenza di I grado (1996)

La sentenza d'appello (2006)
di marco travaglio
da: voglioscendere.it




3 gennaio 2008

Jannuzzi minaccia dimissioni sul caso Contrada. Ci resteranno mica male i boss di cosa nostra?


 Apprendo adesso dal "tg3 regione" che in sen. Lino Jannuzzi minaccia le dimissioni nel caso che a Bruno Contrada (non ho capito bene) non venga concessa la grazia dal Capo della Stato o non venga di nuovo ricoverato in ospedale o non ho capito cos'altro ancora…
Di certo sappiamo l'opinione sulla vicenda del sen. forzista nonché pregiudicato Lino Jannuzzi.

Sappiamo cosa dichiarò riguardo la posizione di Rita Borsellino (vedi post precedenti) sulla grazia a Contrada: “La signora Rita Borsellino evidentemente non sa di che cosa parla e probabilmente è essa stessa vittima degli intrighi di Palazzo che hanno tentato di attribuire a Bruno Contrada persino dirette responsabilità nella strage di via D’Amelio, dove perse la vita suo fratello Paolo assieme agli agenti della scorta”.
Sappiamo tutti, o almeno dovremmo sapere cosa pensano i boss mafiosi del nostro pregiudicato-senatore-giornalista-forzista.
E cioè, che è il loro giornalista preferito (insieme a Ferrara).
Celebre l'intercettazione nella quale il boss Guttadauro, parlando con l'amico mafioso Aragona, organizzava una campagna stampa a favore dei colleghi detenuti. Al telefono, Aragona  segnala subito Giuliano Ferrara e lo stesso Lino Jannuzzi che «Ha scritto un libro contro Caselli e un libro pure su Andreotti ed in è in intimissimi rapporti con Dell'Utri», al che Guttaduaro rispose «Jannuzzi buono è!».
E se lo dicono loro... una garanzia è!!!
Queste si che sono ottime referenze.




24 dicembre 2007

..uno che se ne intende di fiamme gialle. da Dell'utri a Consorte, da Farina(betulla), Sasinini a Pio Pompa, da Speciale a Berlusconi, sig.ra Dini, Moggi.. ke bel quadretto italiano!

 Scuola di giornalismo

Allora è deciso. L’ex-generale Speciale, indagato per peculato e sotto osservazione della Corte dei Conti per uso privato di aerei pubblici, scende in campo col nuovopartito di Berlusconi, che del resto vanta una lunga esperienza in fatto di Fiamme Gialle: uno che era venuto a ispezionargli i cantieri lo assunse in Fininvest, altri che conducevano le verifiche fiscali nelle sue aziende venivano accompagnati all’uscita con una busta piena di banconote. Per non parlare di quando, da presidente del Consiglio, il Cavaliere elogiò pubblicamente l’evasione fiscale (“un diritto naturale che è nel cuore degli uomini”) alla festa nazionale della Guardia di Finanza. In attesa del balzo in politica, Speciale l’altro ieri era in televisione a reti unificate: Otto e mezzo (La7), Ballarò (Rai3), Porta a Porta (Rai1). E’ un bel momento per gli inquisiti e i condannati di tutt’Italia: sono gettonatissimi.

Anche la signora Donatella Dini, avendo appena riportato una condanna a due anni e mezzo per bancarotta fraudolenta (pena ovviamente indultata), si sente pronta per il grande passo: se tutto va bene – annuncia a “Chi” ce la ritroveremo presto in Parlamento, magari al posto del marito Lamberto, pericolosamente incensurato. Intanto sta scrivendo un libro. Poi, “se ci sarà bisogno – spiega – mi candiderò”. Bisogna insistere un po’, così magari cede.

Intanto si scopre che Luciano Moggi, dall’alto della sua squalifica a 5 anni e del suo prossimo rinvio a giudizio per associazione a delinquere, frode sportiva e altre quisquilie, seguitava imperterrito a teleguidare il calcio italiano usando lo stesso cellulare a suo tempo intercettato, nei ritagli di tempo tra una comparsata a Matrix, un’ospitata a Ballarò e una rubrica su Libero, di cui, da quando è finito sotto inchiesta, è un apprezzato editorialista per meriti penali.

Collaborano a Libero fra gli latri: Renato Farina, espulso dall’ordine dei giornalisti per aver preso soldi dal Sismi, reduce dal patteggiamento a sei mesi per favoreggiamento nel sequestro di Abu Omar; Gianni De Michelis, due condanne per corruzione e finanziamento illecito; Davide Giacalone, l’ex segretario di Oscar Mammì che nel ’90 allestì il piano delle frequenze tv mentre riceveva una lauta consulenza dal gruppo Fininvest (principale beneficiario della Mammì).

E la settimana scorsa ha esordito sulla prima pagina di Libero un altro alfiere della libertà di stampa: Guglielmo Sasinini, l’ex inviato di Famiglia Cristiana arrestato mesi fa a Milano perché lavorava con la security Telecom di Giuliano Tavaroli & C., in cambio di 200mila euro l’anno, per spiare giornalisti, politici, imprenditori e persino il capo della Polizia e la moglie di Tronchetti Provera. In un appunto sulla sua agenda, aveva annotato un imperativo categorico: “Protezione dalla magistratura”. Si badi bene: non della, ma dalla. Un programma di vita, sventuratamente fallito quando il nostro finì agli arresti domiciliari. Ora scrive editoriali per Libero, cominciando con un severo commento contro il pacchetto sicurezza del governo. Lui avrebbe preferito un pacchetto security.

Anche l’ex analista del Sismi Pio Pompa, da quando è stato preso con le mani nel sacco a pagare giornalisti, a diffondere notizie farlocche, a progettare come “disarticolare anche con mezzi traumatici” i nemici di Berlusconi, a spiare giudici e giornalisti, ed è imputato a Milano per favoreggiamento nel sequestro Abu Omar, ha subito trovato un giornale su cui scrivere: purtroppo non è Libero, perché l’ha bruciato sul tempo Giuliano Ferrara, che ha ingaggiato Pompa al Foglio, dove già scrive un condannato per omicidio.

Altri, più fortunati, entrano nei giornali direttamente dalla porta principale: come editori. Se tutto va bene, Giovanni Consorte sarà presto socio di Marcello Dell’Utri nella catena editoriale del gruppo E-Polis, fondata da Nicky Grauso e da poco rilevata dal braccio destro del Cavaliere, condannato in via definitiva per frode fiscale, in appello per estorsione mafiosa e in primo grado per associazione mafiosa. Consorte, condannato in primo grado per insider trading e imputato nei casi Unipol e Antonveneta per reati che vanno dall’associazione a delinquere all’aggiottaggio all’insider trading, è per Dell’Utri il partner ideale.

Uliwood Party di Marco Travaglio
L’Unità del 20.12.2007




15 dicembre 2007

Sventurata la città in cui le leggi e le sentenze non valgono nulla. Platone. Grande Piero, citazione fatta su misura!

...e se uno non le dice e non le grida è complice.

Sudditi che applaudono, sudditi che fanno finta di niente, sudditi che consumano, che guardano la televisione, che si sfogano contro l'arbitro di calcio, ma che non alzano mai
la testa!


Adoro questa chiusura di comizio!!!

dal blog di Ricca: (clicca sui titoli per leggere interamente gli articoli)

13 novembre/il video

Dicembre 11, 2007 on 1:04 pm | In Politica | 86 Comments





“La tragedia dell’Italia è la sua putrefazione morale, la sua indifferenza, la sua vigliaccheria”, scriveva Piero Calamandrei nel 1941.
Ma è poi tanto cambiata quest’Italietta di palude? Ne dubito.

Di fronte all’eterna palude italiana, ieri come oggi, c’è chi oppone la propria voce e chi sta zitto.....



13 novembre/il ritorno

Dicembre 13, 2007 on 1:08 pm | In Politica | 94 Comments

“Ma no, la Mondadori non è stata rubata. Se fosse vero, il popolo scenderebbe in piazza!”. (Paolo Pillitteri)



Eravamo rimasti alla scena oscurata del 13 novembre.
I gendarmi ci hanno trattenuto in commissariato (dove abbiamo fatto per tutto il tempo un casino dell’altro mondo) allo scopo di tenerci lontani dalla festicciola della corruzione mondadoriana, questo è evidente. Per giustificare il fermo hanno redatto due verbali di denuncia per manifestazione non autorizzata e sequestro di “corpi di reato” (volantini, cartelli e megafono, sempre mortacci loro). Dopo quasi quattro ore, a mezzanotte veniamo liberati. E ci viene consigliato di tornarcene a casa, possibilmente con la coda fra le gambe. Siamo andati a Palazzo Reale. Qui - sorvegliato a vista della solita truppa di agenti in borghese - ho tenuto un’altra mezz’ora di comiziaccio a voce nuda con qualche domanda agli ospiti vip che uscivano dalla cena portando il pesante gadget del centenario Mondadori....


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29 settembre 2007

Michela Vittoria Brambilla, la delfina con gli occhi da triglia

A voi questo straordinario articolo risalente ai primi di luglio. Ultimamente qualche pazzo osa dire che la risposta al malcontento della gente (compresa quella che si è schierata con Beppe Grillo) è la Brambilla. Io  mi sento offeso. Se la risposta è questa... ma andate davvero AFFanc..... :)  ...come direbbe Grillo!

Grazie a Marco Travaglio per lo splendido ritratto della signora!!!

Michela Vittoria Brambilla, la delfina con gli occhi da triglia

 

La nomination alla successione del Cavaliere non l’ha data tanto Giuliano Ferrara, letteralmente rapito dall’apparizione di questa madonna bis, “dolce madre e sposa senza fronzoli per la testa”. Ma piuttosto Giovanni Floris quando ha cominciato a invitarla a Ballarò: il Vespino de sinistra è troppo paraculo per prendere iniziative individuali sugli ospiti, infatti li fa decidere regolarmente ai padroni del vapore. Fino a qualche mese fa, il padrone azzurro gli spediva Tremonti. Ora, da un po’ di tempo, gli manda la Michela Vittoria dai capelli arancioni, al secolo Sciura Brambilla. Nata a Lecco nel 1968, rampolla di una dinastia di industriali dell’acciaio da quattro generazioni, figlia di un reuccio dei profilati metallici, laureata in filosofia, Miss Italia mancata nel 1986, testimonial dalla cintola in giù dei collant Omsa (“che gambe!”), manichino vivente per una ditta di reggiseni e slip, imprenditrice e giornalista tv, presidente nazionale dei giovani di Confcommercio e dei Circoli per la Libertà in vista del partito unico del centrodestra, Michela Vittoria Brambilla ha avuto un’infanzia difficile. E l’ha raccontata nel 2004 a Claudio Sabelli Fioretti sul Sette - Corriere della Sera: “Ho vissuto in una grande casa stupenda isolata dal mondo, a Calolziocorte, circondata da animali. Ho imparato a camminare attaccandomi a uno schnauzer gigante. Avevamo 14 cani. Quando ero piccolina era il periodo dei rapimenti, io giravo sulla macchina blindata con l’autista, non avevo tanti contatti. In provincia le differenze sociali sono molto forti. A 9 anni, per Natale, mi hanno regalato una leonessa, Rumba”. Ai bambini normali una Barbie, per dire: a lei una leonessa. “Ho ancora le foto con Rumba sul tappeto persiano. Ho quattro caprette, quattro cavalli, ventitré gatti e quindici cani”. Tre anni dopo, lo zoo brambilliano va un po’ aggiornato: oggi siamo a “14 cani, 24 gatti, 4 cavalli, 7 capre, 2 asini, 200 piccioni e 3 galline che si chiamano come me, mia sorella e mia madre”. Per il resto, da piccola, “pianoforte, danza classica, Scala: suonavo il pianoforte fino alle otto di sera. Poi ho deciso che volevo fare la scrittrice e ho cominciato a scrivere libriccini sugli animali. A 18 anni mi elessero Miss Romagna. Finii nelle finali di Miss Italia”. Lì, a Salsomaggiore, fa il primo incontro della sua vita: Giorgio Medail, il telemanganello di Canale 5 che nel ’94 intervistava la “ggente” per strada e guardacaso incontrava solo fan di Berlusconi e mangiacomunisti: “Rimasi folgorata dal giornalismo televisivo di Medail. Mi attaccai a lui, cominciai a tempestarlo di telefonate, gli ruppi talmente le scatole che alla fine cedette”. Non in quel senso lì: nel senso che la Michela Vittoria approda a Canale 5, come giornalista e autrice: prima a Dovere di cronaca con Guglielmo Zucconi, poi “in tutti i programmi di esoterismo con Medail”. Infine in un’imbarazzante trasmissione notturna di interviste sexy, I misteri della notte. Intanto studia filosofia, “alla continua ricerca del significato delle cose: non potevo che essere attratta dall’esoterismo. Vudù, Candomblé, Macumba. È incredibile assistere a un rito Vudù, vedere persone che raggiungono la perdita di coscienza e mettono in bocca carboni ardenti”. Nel ’94, mentre il Cavaliere ipnotizza gli italiani con vudù italoforzuto, lei ha solo 26 anni e lascia il Biscione perché papà Vittorio “mi chiese di occuparmi di una piccola società commerciale che era subentrata al Salumaio di Montenapoleone, una specie di gioielleria della gastronomia”. Si chiama Seafood, importa e conserva prodotti ittici di lusso: salmone, caviale e affini. Anche per questo, oltreché per lo sguardo da triglia e la tinta della chioma, cominciano a chiamarla “la rossa salmonata”. Lei intanto vuole allargarsi: escogita, sgomita e nel 2001, mentre il Cavaliere vara il suo secondo governo, apre la sua seconda azienda: il gruppo Sal Spa (Sal sta per salumeria), che inonda la grande distribuzione di pesci affumicati e altri prodotti ittici, cibi per cani e gatti, surgelati, cose così. Ancora nel 2004, pur detestando la sinistra, è tutt’altro che tenera con Silvio, allora premier. Dice di aver votato scheda bianca. E si permette persino di toccargli la mamma: “Pensi veramente” domanda a Sabelli Fioretti “che la mamma di Berlusconi vada al mercato?”. Sabelli, perfido: “Se lo dice il premier…”. E lei: “E magari fa anche la salsa di pomodoro”. Sabelli: “Berlusconi continua a dire che l’Italia è oppressa dai comunisti”. Lei: “Per lui sono tutti comunisti…”. Nel 2005 le prime comparsate a Porta a Porta, come volto “ggiovane” della Confcommercio, a difendere la categoria dall’accusa di evadere le tasse e speculare sull’euro. Nel 2006 Bondi la presenta al Principale, che la candida in Forza Italia nel Veneto: ma solo al numero 10 della lista per la Camera. Viene trombata per un soffio: passano i primi nove. L’ultima è l’ex sindaca di Padova Giustina Destro e la Michela tenta subito di silurarla per prenderne il posto: impugna la sua proclamazione a Montecitorio sostenendo che è incompatibile in quanto presidente dell’autostrada Venezia-Padova. Ed è vero: solo che la Destro si dimette dall’autostrada e resta deputata. Quella comunque è l’unica volta che Michela Vittoria pronuncia la parola “conflitto d’interessi”. Poi se la dimentica: nel partito pare brutto, e così pure in Confcommercio, dove più d’uno fa notare la sgradevolezza delle sue mancate dimissioni, ora che fa politica di partito. Ma la Rossa Salmonata non ci pensa neppure, a mollare la presidenza dei giovani bottegai (che comunque scade a novembre). Tiene tutto. E, col sostegno di Berlusconi (dunque anche di Sandro Bondi, che per mesi oracola sibillino di una “leadership femminile” per Forza Italia e oggi parla dell’”inizio di una nuova, grande avventura”), comincia a fondare centinaia di Circoli della Libertà in giro per l’Italia. Ma anche all’estero: si favoleggia di 60 sedi nel resto d’Europa, con coordinamento a Bruxelles.

Da 16 anni convive nella villa di famiglia di Calolzio (Brianza) con Eros Maggioni, pure lui imprenditùr, che le ha dato un bimbo di 2 anni e mezzo (ovviamente Vittorio) e il 50% di un centro medico chirurgico. Ma, nei giorni del Family Day, la Michela ha furbescamente annunciato alla prestigiosa Donna Moderna che lo sposerà presto, ovviamente in chiesa. Insomma, ha capito come gira il mondo. Intanto lavora, con le strutture di Mediaset, a una nuova rete televisiva che trasmetterà via satellite e via internet, la Televisione delle Libertà, che sarà diretta dal redivivo Medail, e a una rivista settimanale “politico-culturale”, che ovviamente dirigerà lei, per rompere l’orrendo monopolio della sinistra sulla tv e sulla stampa con qualcosa di veramente berlusconiano. Se ne sentiva proprio la mancanza.

Marcello Dell’Utri, che da anni, tra una condanna e l’altra, inonda l’Italia di Circoli del Buongoverno e fonda un giornale via l’altro (tutti falliti), mastica amaro. Il che, fra l’altro, non è un buon segno. Anche Giulio Tremonti, eterno delfino del Cavaliere, non sopporta la ragazza e lancia frecciatine sul suo non eccelso spessore politico. E così tutti i vecchi colonnelli arcoriani, che scalpitano da una vita per un posto al sole. Per non parlare di Fini e Casini (“Brambilla? Non so neanche chi sia”). Lei fa spallucce e, con eleganza tipicamente berlusconiana, ribatte: “Può darsi che qualcuno abbia un mestruo doloroso, ma ora il flusso si è regolarizzato”. Marcello Pera invece, essendo un filosofo, ne è entusiasta: “Michela Vittoria è seria, ha la testa sulle spalle, è un’energia fresca e autorevole in più”. E così la Palombelli, la signora Rutelli entrata di recente sul libro paga del Berlusca: “Piglio combattivo… linguaggio scandito… è l’Avatar di Berlusconi, l’alter ego virtuale o reale… il suo alias, la controfigura ideale… donna, sveglia, bella, non legata a precedenti esperienze… Ha tutte le caratteristiche per stracciare i pretendenti al trono”. Ferrara, poi, è proprio cotto: gli bastano due ore di tête-à-tête nella redazione del Foglio per intingere la penna nella saliva e vergare una lenzuolata di piombo da innamorato pazzo: la Michela Vittoria “è una persona seria… gavetta, sicurezza di sé, consapevolezza dei propri limiti… sguardo che uccide e, sui suoi tacchi alti a spillo, un’andatura barcollante e marziale insieme… è una dolce madre, una sposa senza fronzoli per la testa, un imprenditore deciso a non perdere una lira, anzi… una proiezione fantastica, un Berlusconi in gonnella, in giovane età, con l’energia laser del fondatore di Forza Italia, con il suo stesso senso dell’organizzazione e del dettaglio, con una forza di volontà apparentemente comparabile a quella del leader che ha scelto e che l’ha scelta… il potenziale ed effettivo erede del fondatore… una sua reincarnazione giovane e femminile… la Brambilla a Palazzo Chigi! Un’immagine di una potenza suggestiva spaventosa… questa irruzione di nuova surrealtà che dovrebbe travolgere come le guardie rosse di Mao, e poi incorporare con la sapienza di Deng Xiaoping, il quartier generale berlusconiano…”. Purtroppo, negli stessi giorni, la Nuova Surrealtà irrompe nel solito studio di Ballarò e fa una figura barbina dinanzi a Renato Soru, che se la mangia in insalata e sbugiarda i suoi dati falsi sull’occupazione e la produzione in Sardegna. Lei tenta di salvarsi in corner con un’obiezione davvero ficcante, da guardia rossa di Mao: “E allora, da animalista, le dico: parliamo del fenomeno del randagismo in Sardegna… Sì, dei cani randagi! Ce ne sono tantissimi, e girano in branco”. Pezo el tacòn del buso. In studio trattengono a stento le risa, mentre chi ha letto Ferrara immagina che la Berluscona – come Chens il Giardiniere in Oltre il giardino con Peter Sellers – stia parlando per metafore di Alta Politica. Ma lei insiste sui cani, e tutti devono rassegnarsi al fatto che voleva proprio dire quella cosa lì. Un caso umano. L’indomani la stronca persino il fuoco amico, cioè il “mattinale” di Forza Italia, la newsletter interna del partito: “La Brambilla ha abboccato a tutte le esche… Non ha saputo spiegare lo scopo dell’organizzazione che presiede, dando l’impressione che si stia occupando esclusivamente della sua carriera politica. Nella polemica con Soru è uscita con le ossa rotte. Troppo polemica quando non serviva, poco incisiva di fronte alle banalità ‘politically correct’ di Floris; non riuscito il tentativo di presentarsi portavoce della gente comune, mostrava un eccessiva familiarità con il ‘palazzo’ (come quando ha detto ‘l’amico Bersani’)...”. “Ma quale scivolone” reagisce lei “semmai l’errore è del mattinale di Forza Italia, visto che quei dati li ho trovati lì…”. Intanto continua a girare l’Italia a bordo dei suoi tacchi a spillo vertiginosi, col contorno di gonne corte a tubino, calze a rete e giarrettiere. Fonda Club, raccoglie firme per le dimissioni di Prodi e contro la legge Amato-Ferrero sugl’immigrati, tiene comizi col linguaggio della “ggente”, demagogia allo stato puro. Come il Berlusconi del ’94, non ancora impastoiato (almeno nell’immaginario collettivo da lui stesso creato a reti unificate) nei giochi e nei giochini del palazzo romano. Proprio quel che ci vuole per intercettare la nuova ondata di antipolitica che scuote il Paese. Cosa le manca, per diventare una Berluscona perfetta? I processi (pare sia incensurata), i debiti, il divorzio, la ricattabilità. Ma, conscia dei quattro handicap, sta recuperando. Per esempio, ha già fatto sapere che, all’occorrenza, pagherebbe mazzette anche lei: “Non mi è mai capitato, ma quando le persone sono alla canna del gas capisco che possano arrivare a fare determinate scelte”. Ecco, è quasi pronta.

di Marco Travaglio, Da: Linus.net


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31 luglio 2007

Totò antimafia. continua l'avventura "anti-mafia" del nostro eroe toto' cuffaro!

 Totò antimafia
   
Mentre ti sale lo sconforto e ti vien da pensare che «questi sono come Berlusconi», una mano amica ti manda un’intervista di Totò Cuffaro al Giornale di Sicilia. E ringrazi di cuore Cuffaro, perché finché ci saranno lui e i suoi mandanti sarà difficile per il centrosinistra, nonostante gli sforzi, diventare come Berlusconi.
Il governatore, fotografato senza la tradizionale coppola, [ che genio... qui Travaglio mi fa impazzire :)) ] annuncia che la sua Regione «vuol entrare nella gestione dei beni confiscati alla mafia, per accelerare il processo di assegnazione a enti o associazioni che li sfruttino per promuovere sviluppo e legalità». E minaccia di pubblicare ogni tre mesi «il bilancio trimestrale dell’attività della Regione contro Cosa Nostra». È vero che, se Pomicino e Vito fan parte dell’Antimafia, se Previti è onorevole, se Fiorani si propone come difensore civico dei consumatori dalle truffe delle banche, se Pollari è giudice del Consiglio di Stato e Pio Pompa dirigente della Difesa, se Gianpaolo Nuvoli che voleva impiccare Borrelli in piazza è direttore generale al ministero di Giustizia con delega ai diritti umani, manca solo Fabrizio Corona garante della Privacy. Dunque anche Cuffaro, imputato per favoreggiamento mafioso e indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, può partecipare alla lotta alla mafia. Non sarebbe la prima volta: l’aveva già fatto il suo amico Francesco Campanella, il giovanotto a mezzadria tra la politica (presidente dei giovani Udeur e del consiglio comunale di Villabate sciolto 2 volte per mafia) e il clan Mandalà, che fornì i documenti falsi a Provenzano per la trasferta ospedaliera a Marsiglia e, quando si sposò, esibì come testimoni Cuffaro e Mastella. Bene, Campanella era solito organizzare marce antimafia: premiò pure Raul Bova per l’indimenticabile interpretazione del Capitano Ultimo. Quindi non facciamo gli schizzinosi: se Cuffaro vuole lottare anche lui contro la mafia, lo si lasci entrare. Tutto si potrà dire tranne che non si tratti di un esperto del ramo. «Le procedure di assegnazione dei beni confiscati alla mafia», sdottoreggia il governatore imputato, «sono troppo lente. Ho chiesto al ministro degl’Interni di entrare nella gestione». Così, fra l’altro, si garantirebbe la necessaria continuità fra il prima e il dopo: l’assemblea regionale siciliana ha sei deputati indagati per mafia e un vicepresidente arrestato. Se i beni confiscati alle cosche passassero alla regione, nessuno noterebbe la differenza e si eviterebbero pericolosi salti nel buio. Ma Totò Antimafia si spinge oltre e promette «controlli preventivi nel sistema dei finanziamenti» pubblici e dei fondi comunitari di Agenda 2007, «affinché le risorse siano utilizzate al meglio evitando infiltrazioni mafiose». Anche perché «ancora si incontrano difficoltà a ottenere, in sede di assegnazione degli appalti, la certificazione antimafia». E meno male che la certificazione non devono rilasciarla anche i politici, altrimenti lui avrebbe qualche problemino. E così il suo spirito-guida Calogero Mannino, imputato di mafia, adulterazione di vini e truffa allo Stato finalizzata alla concessione di finanziamenti pubblici alla sua azienda vinicola Abraxas, dunque senatore dell’Udc: ieri la Guardia di Finanza, su ordine del gip di Marsala, ha sequestrato all’azienda beni per mezzo milione. Chissà se Mannino aveva la certificazione antimafia: pare di no, visto che di recente aveva dovuto dimettersi da presidente del Cerisdi, il centro studi palermitano d’eccellenza, perché il prefetto gliel’aveva negata, tagliando fuori l’istituto dai fondi pubblici. Mannino ottenne l’immediata solidarietà di Buttiglione e Cesa, ma pure da Follini, ultimo acquisto del Pd: tutti sdegnati contro il prefetto che osa negare il certificato antimafia agl’imputati di mafia. Mannino, sobriamente, lo paragonò ai prefetti fascisti «che mandavano al confino Gramsci e Pertini». Ora Totò illustrerà i propri solidi meriti antimafia («abbiamo finanziato la ristrutturazione di un capannone da adibire a laboratorio di indagine chimica della polizia scientifica») in un libro, ovviamente a spese della Regione: «Il nostro no alla mafia». L’ultima volta che patrocinò un libro - un’enciclopedia sulla Sicilia - incaricò Andreotti di compilare la voce «Salvo Lima». Questa volta, per cambiare, potrebbe affidare la prefazione a Dell’Utri.

ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità (25 Luglio 2007)

VI CONSIGLIO ANCHE LA VISIONE DI QUESTO FILMATO


TANTO PER NON DIMENTICARE MAI DA QUALE PARTE E' SEMPRE STATO IL MITICO CUFFARO... ANCHE GIOVANNI FALCONE E' SBALORDITO!!!
CHE VERGOGNA DI PRESIDENTE REGIONALE!!!


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19 gennaio 2007

DELL'UTRI E L'INCALZANTE INTERVISTA DE "LA SICILIA"..SEGNALO KE L'ON. RISULTA ANCORA STREMATO E IMBARAZZATO

Il posto delle fregole  


        



Ieri, grazie a Galli della Loggia, abbiamo visto come in Italia si può
scrivere qualunque cosa senza vergognarsi. Oggi, grazie a Marcello
Dell'Utri, arriva la conferma che si può dire qualunque cosa senza
vergognarsi. Merito di Toni Zermo, giornalista de "La Sicilia", autore
di un'intervista talmente servile che Fede, al confronto, pare Ted
Turner. Ma il meglio non è nelle domande («Lei è
noto come bibliofilo, ha la più prestigiosa collezione italiana di
libri antichi», «Idea interessante, poco meno che geniale»): è nelle
risposte. Dell'Utri svela ai lettori che sta cercando «un buen retiro»,
«una masseria di quelle classiche settecentesche, magari tra Siracusa e
Ragusa, perché ho desiderio di vita agreste, di un mio posto delle
fragole dove rilassarmi. Credo di meritarmi un po' di riposo».

Peccato non poterci portare anche lo stalliere Mangano (prematuramente
scomparso), come ai bei tempi di Arcore. Ma il capolavoro arriva a
proposito della condanna in primo grado a 9 anni per mafia: «L'accusa -
spiega Dell'Utri - è solo di concorso esterno. E, come dice Andreotti,
non è grave». In effetti Andreotti rispondeva di partecipazione diretta
all'associazione a delinquere, di cui fu ritenuto colpevole ma
prescritto fino al 1980: un semplice concorrente esterno gli fa un
baffo, anche se si guarda bene dal dirlo. Perché Andreotti, vecchia
scuola, certe cose le faceva ma non le diceva. Anzi, ha sempre
teorizzato la lotta alla mafia, negando anche l'evidenza (come i legami
con i cugini Salvo). Dell'Utri, nuova scuola, non solo frequentava
mafiosi a tutto spiano, ma se ne vanta pure.

Quando Chiambretti gli domandò se la mafia esiste, rispose che «non esiste,
è uno stato d'animo». Quando Santoro ripetè la domanda, citò l'autorevole
Luciano Liggio: «Se esiste l'antimafia, esisterà anche la mafia». Ora, da
senatore della Repubblica e numero 2 del partito di maggioranza
relativa, si permette di minimizzare il suo reato («solo concorso
esterno»): non per proclamarsi, com'è suo diritto, innocente, ma per
affermare che l'accusa di essere da 30 anni pilastro di
un'organizzazione che terrorizza e insanguina l'Italia non è una cosa
grave, ci si può scherzare sopra. Dell'Utri sa bene che, dopo dieci
anni di revisionismo e negazionismo a reti unificate, il Paese è
preparato a questo ed altro. Anche, un domani, a sentirsi dire che le
stragi del '92 e del '93 se le sono inventate le toghe rosse. Nessuno
che lo dicesse verrebbe invitato a pentirsi, vergognarsi e scusarsi
sulla prima pagina del Corriere, come invece è accaduto ai
professionisti dell'antimafia, vero cancro d'Italia. È fin troppo
evidente che, in un paese ridotto così, occorrerebbero gesti forti.
Bisognerebbe cominciare a isolare certi soggetti che si permettono
certe affermazioni, ripristinando la sanzione dell'isolamento sociale:
certa gente non andrebbe frequentata, salutata, avvicinata. Al signor
Dell'Utri, semplicemente, bisognerebbe negare la stretta di mano.
Quando arriva lui, le persone perbene si alzano e se ne vanno.

A questo proposito, segnaliamo i prossimi appuntamenti del suo Circolo di
Milano, affinché chi vive o passa di lì possa girare alla larga. Si
tratta di una serie di imperdibili "Incontri di informazione politica"
tenuti da vari luminari. Il 9 marzo, su "Politica e Valori", parlerà
Bondi, essendo Previti ancora impossibilitato per via degli arresti
domiciliari. A maggio ampia riflessione su "Politica e giustizia" con
Taormina, Contestabile e Andrea Greppo, «direttore Affari legali
Fininvest» (perchè non sembra, ma la Fininvest ha pure degli affari
legali: tipo querelare i giornalisti liberi e Dario Fo, come fece due
anni fa il Greppo). Da non perdere la sezione "Politica e giovani": in
cattedra il forzista siciliano Angelino Alfano e, il 23 marzo, "Nicola
Latorre, senatore dell'Ulivo". Così almeno recita il calendario
ufficiale. Escludendo a priori che un membro della segreteria Ds nonché
senatore dell'Ulivo tenga lezioni al Circolo Dell'Utri - non foss'altro
che per rispetto della memoria del quasi omonimo Pio La Torre, che un
Dell'Utri non l'avrebbe nemmeno sfiorato con una canna da pesca -
dobbiamo presumere che si tratti di un brutto scherzo giocato a Latorre
per metterlo in cattiva luce. O che esista un altro Nicola Latorre.
Comunque sia, se l'originale volesse comunicarci ufficialmente che non
terrà alcuna lezione al Circolo Dell'Utri e che non ha mai neppure
pensato di farlo, ci sentiremmo tutti un po' meglio.


ULIWOOD PARTY
MARCO TRAVAGLIO
l’Unità 18 gennaio 2007


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