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  tgweb [ curiamoci con un po' di informazione... ]
         

Benvenuti su

Salvo Tgweb

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Con l'ex magistrato Gherardo Colombo

Colombo ad Agrigento.
Articoli e  video:
link1; link2; link3.

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Ad Enna con il giornalista Lirio Abbate.
Presentazione del libro "I Complici. Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento". (di Abbate e Gomez)

Incontro “Terra di mafia e di lotta alla mafia”
svoltosi a Palma di Montechiaro (AG)
foto con M. Travaglio (ottobre 2006)

Con M. Travaglio e S. Guzzanti in occasione della presentazione di "Intoccabili" e  "Reperto Raiot" a Palermo (2005)

 

V-DAY Agrigento

foto del V-Day agrigentino foto (clicca qui) e anche il video (clicca qui)

V2-DAY 

Qui il video del secondo v-day

V2-Day il video (clicca qui)

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Manifesti "Amici di Beppe Grillo con Sonia Alfano presidente". Regionali 2008.

Con Sonia Alfano in visita presso il nosocomio agrigentino. (foto di Elio Di Bella)

Sonia Alfano ad Agrigento elezioni Europee 2009

 

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TUTTI GLI ANIMALI SONO UGUALI MA ALCUNI ANIMALI SONO PIU' UGUALI DEGLI ALTRI   G. Orwell
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“La tragedia dell’Italia è la sua putrefazione morale, la sua indifferenza, la sua vigliaccheria”. Piero Calamandrei
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"Non è la libertà che manca.
Mancano gli uomini liberi".          Leo Longanesi
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"Può stare nel luogo santo chi ha mani innocenti e cuore puro. Mani innocenti sono mani che non vengono usate per atti di violenza. Sono mani che non sono sporcate con la corruzioni e con tangenti. Cuore puro, quando il cuore è puro? E' puro un cuore che non si macchia con menzogna e ipocrisia, un cuore che rimane trasparente come acqua sorgiva perchè non conosce doppiezza".
Papa Benedetto XVI
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Oggi la nuova resistenza in che cosa consiste. Ecco l'appello ai giovani: di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato; di difendere la Repubblica e la democrazia. E cioè, oggi ci vuole due qualità a mio avviso cari amici: l'onestà e il coraggio. L'onestà... l'onestà... l'onestà. [...] E quindi l'appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto: la politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c'è qualche scandalo. Se c'è qualcuno che dà scandalo; se c'è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!       Sandro Pertini

Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà. Ecco, se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, ma privandomi della libertà, io la rifiuterei, non la potrei accettare. [...] Ma la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero.       S. Pertini

Sono del parere che la televisione rovina gli uomini politici, quando vi appaiono di frequente.                              S. Pertini
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Non è necessario essere socialisti per amare Pertini. Qualunque cosa egli dica o faccia, odora di pulizia, di lealtà e di sincerità.                 Indro Montanelli
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"Veramente la scoperta che c'è un'Italia berlusconiana mi colpisce molto: è la peggiore delle Italie che io ho mai visto, e dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime. L'Italia della marcia su Roma, becera e violenta, animata però forse anche da belle speranze. L'Italia del 25 luglio, l'Italia dell'8 settembre, e anche l'Italia di piazzale Loreto, animata dalla voglia di vendetta. Però la volgarità, la bassezza di questa Italia qui non l'avevo vista né sentita mai. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo". Indro Montanelli


30 aprile 2007

costretti a rivendicare la gasparri :(

NESSUN TOCCHI GASPARRI
Non c’è due senza… Telecom


Domani è il quinto anniversario del diktat bulgaro. Era il 18 aprile 2002 quando il Cavalier Bellachioma, da Sofia, fece sapere che Biagi, Santoro e Luttazzi non dovevano più lavorare in Rai causa «uso criminoso della tv pubblica, pagata con i soldi di tutti». L’apposito Agostino Saccà, da poco nominato Dg della Rai, prontamente obbedì e cancellò Il Fatto e Sciuscià dai palinsesti. Luttazzi non ci fu nemmeno bisogno di cancellarlo: l’avevano già abolito. L’ottimo direttore di Rai1 Fabrizio Del Noce sostituì Biagi con Max e Tux, poi con La zingara, infine con Batti e ribatti di Riccardo Berti, prelevato direttamente dall’ufficio stampa di Forza Italia, dunque super partes. Ora Biagi sta per tornare, sia pure una volta a settimana, su Rai3 e in seconda serata (quando fu cacciato stava su Rai1, in prima serata, tutti i giorni). Santoro è tornato grazie al Tribunale. Luttazzi è disperso nei teatri: il presidente Petruccioli lo considera «affetto da coprolalia», il vicedirettore Leone ­ che è pure consulente per la comunicazione del Vaticano - fa sapere che il suo rientro non è all’ordine del giorno perché «non mi sembra che qualcuno ne abbia fatto richiesta». E chi dovrebbe farle, di grazia, queste richieste? Il papa? Ruini? Bagnasco? O magari le migliaia di persone che affollano la tournèe di Daniele? In attesa di saperne di più, chi fosse interessato può inoltrare la richiesta in carta semplice al dr. Giancarlo Leone, viale Mazzini 14, 00195, Roma. Lo stesso vale per il rientro di Sabina Guzzanti, di Carlo Freccero, di Massimo Fini e di Oliviero Beha, che l’altro giorno ha vinto l’ennesima causa con la Rai con una sentenza che dispone il suo immediato reintegro, naturalmente ignorata dall’azienda. In compenso, Saccà e Del Noce sono sempre lì e non li smuove nessuno.

Comprensibilmente entusiasta per come l’Unione garantisce la continuità con le sue vergogne, Bellachioma è sempre in ferie. L’altroieri ha solennizzato la ricorrenza dell’ukase di Sofia con una dichiarazione da Mosca, dov’era ospite dell’amico Putin, noto campione di democrazia impegnato nei rastrellamenti degli oppositori che osavano manifestare contro di lui. «Putin è una guida molto positiva, lui crede nella democrazia». I pestaggi della polizia? Gli arresti di massa? «Caso gonfiato dalla stampa a scopo elettorale. Kasparov ha promosso una manifestazione con intenti provocatori, ma il Comune non l’ha autorizzata per problemi di traffico». Ecco, nella Mosca dell’amico Vladimir come nella Palermo di Johhny Stecchino, il problema è sempre lo stesso: il traffico. Del resto, tre anni fa Bellachioma informò che anche Baghdad, ormai liberata dalle truppe occidentali, «è tutto regolare: solo i semafori non funzionano». Quanto a Kasparov, aveva osato presentarsi in piazza con la Costituzione in una mano e una rosa nell’altra: ovvio che una simile provocazione venisse repressa nel sangue. Dovrebbe ringraziare di esser ancora vivo, a Anna Politkovaskaja era andata molto peggio, nessuno l’ha avvertita da Sofia: l’hanno ammazzata e basta. Ora che Bellachioma è rientrato in patria, le celebrazioni del diktat bulgaro proseguono - se tutto va bene - con l’acquisto di Telecom in tandem col ragionier Colaninno e le solite banche appese alle sottane della politica. Chi sia Berlusconi, lo sappiamo. Chi sia Colaninno pure: uno dei «capitani coraggiosi» (gli altri erano Gnutti e Consorte) che nel ’99, benedetti dal governo D’Alema e senza sborsare il becco di un quattrino, rilevarono la Telecom con i soldi delle banche e la pagarono poi coi soldi dell’azienda, indebitandola per 38 miliardi di euro. Nel 2001 arrivò Trucchetti Provera, che concesse il bis, si vendette l’argenteria aziendale, ma riuscì comunque a scavarvi un altro buco di 16-18 miliardi. Ora, in nome dell’«italianità» e soprattutto di un conflitto d’interessi che più italiano di così si muore, si prepara il tris. Non c’è il due senza il tre. È vero che la cosa sarebbe vietata persino dalla Gasparri. Ma ora magari la aboliranno, per aprire le porte al duo Bellachioma-Colaninno. Non s’era detto che sarebbe stata cancellata? Bellachioma non aspetta di meglio. Ci toccherà difenderla, alla fine, quella legge ignobile. Nessuno tocchi la Gasparri.

Marco Travaglio da l'Unità 17/04/07




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29 aprile 2007

Fatti accertati misteri insoluti ...processo Sme-Ariosto

 
Fatti accertati misteri insoluti
Marco Travaglio

Naturalmente come si dice in questi casi, bisogna attendere le motivazioni della sentenza. Ma già dal dispositivo della II sezione della Corte d’appello di Milano nel processo Sme-Ariosto qualcosa si può arguire. Dunque Silvio Berlusconi «non ha commesso il fatto». O, meglio, non ci sono prove sufficienti che lo abbia commesso.

Questo vuol dire infatti il comma 2 dell’articolo 530 del codice di procedura penale. Il fatto però c’è, tant’è che gli altri imputati - gli avvocati Previti e Pacifico, e il giudice Squillante - furono condannati in primo e secondo grado per corruzione (semplice per i due legali, giudiziaria per l’ex magistrato), salvo poi salvarsi in corner grazie alla sentenza della Cassazione che l’anno scorso, smentendo se stessa, decise di spedire il processo a Perugia perché ricominciasse da capo. Anzi, non ricominciasse affatto perché, mentre le carte viaggiavano dal Palazzaccio verso Perugia, è scattata la prescrizione. Qual è dunque il fatto? Il bonifico bancario di 434.404 dollari (500 milioni di lire tondi tondi) che il 5 marzo 1991 partì dal conto svizzero Ferrido della All Iberian (cassaforte estera di casa Fininvest, alimentata dalla Silvio Berlusconi Finanziaria) e in pochi minuti transitò sul conto svizzero Mercier di Previti e di lì al conto svizzero Rowena di Squillante. Un bonifico molto imbarazzante per Berlusconi, che di Squillante era amico (si telefonavano per gli auguri di Capodanno, Squillante lo inquisì e lo interrogò e poi lo prosciolse nel 1985 in un processo per antenne abusive, poi il Cavaliere tentò di nominarlo ministro della Giustizia e gli offrì pure un collegio sicuro al Senato). Tant’è che l’allora premier tentò di sbarazzarsi delle prove giunte per rogatoria dalla Svizzera (legge sulle rogatorie, 2001), poi del giudice Brambilla che lo stava giudicando in primo grado (trasferito nel gennaio 2002 dall’apposito ministro Castelli), poi direttamente del processo (lodo Maccanico-Schifani del 2003 sull’impunità per le alte cariche dello Stato). Fu tutto vano. Ottenuto lo stralcio che separava il suo processo da quello a carico dei coimputati, Berlusconi fu poi processato da un altro collegio e ritenuto colpevole per quel fatto. Ma si salvò per la prescrizione, grazie alla generosa concessione (per la settima volta) delle attenuanti generiche. Contro quel grazioso omaggio, la Procura ricorse in appello affinché, spogliato delle attenuanti, il Cavaliere fosse condannato. A quel punto l’imputato, tramite il suo onorevole avvocato Pecorella, varò una legge che aboliva i processi d’appello dopo i proscioglimenti di primo grado: per esempio, il suo. La legge fu bocciata da Ciampi in quanto incostituzionale. Lui allora prorogò la legislatura per farla riapprovare tale e quale. Poi la Consulta la cancellò in quanto incostituzionale, e l’appello ripartì. Ieri s’è concluso con questa bella sentenza.

Insomma la condotta berlusconiana non somigliava proprio a quella di un imputato innocente. «Mai visto un innocente darsi tanto da fare per farla franca», commentò efficacemente Daniele Luttazzi. Tant’è che ieri, alla notizia dell’assoluzione (per quanto dubitativa e ancora soggetta a un possibile annullamento in Cassazione), il più sorpreso era proprio lui, il Cavaliere. Era innocente o quasi, ma non lo sapeva. O forse non aveva mai preso in considerazione l’ipotesi.

In attesa delle motivazioni, che si annunciano avvincenti, la questione è molto semplice. Cesare Previti è stato definitivamente condannato a 6 anni per aver corrotto un giudice, Vittorio Metta, in cambio della sentenza Imi-Sir del 1990 (tra l’altro, la sentenza che lo dichiara pure interdetto in perpetuo dai pubblici uffici, è del 4 maggio 2006, ma a un anno di distanza l’onorevole pregiudicato interdetto è ancora deputato a spese nostre). Due mesi fa la Corte d’appello di Milano l’ha condannato a un altro anno e 8 mesi per aver corrotto lo stesso giudice Metta in cambio della sentenza che, due mesi dopo di quella Imi-Sir, toglieva la Mondadori a De Benedetti per regalarla a Berlusconi (che, processato come mandante di quella mazzetta, è uscito da quel processo grazie alle attenuanti generiche e alla conseguente prescrizione). Restava da definire il ruolo di Berlusconi in quel versamento estero su estero a Squillante, risalente a un mese dopo la sentenza Mondadori: marzo 1991. Tre tangenti giudiziarie in 5 mesi, tra la fine del 1990 e l’inizio del ’91. Se Previti, com’è irrevocabilmente accertato, pagò Metta per conto della famiglia Rovelli per vincere la causa (altrimenti persa) dell’Imi-Sir; se Previti pagò Metta per conto di Berlusconi per vincere la causa (altrimenti persa) del lodo Mondadori; ecco, se è vero tutto questo, per conto di chi Previti pagava Squillante? E perché Squillante, nel 1988, al termine della causa Sme vinta da Berlusconi e Barilla e persa da De Benedetti, ricevette 100 milioni estero su estero tramite Previti e Pacifico da Barilla, cioè dal socio di Berlusconi che non conosceva né Pacifico, né Previti, né Squillante? Questi erano i termini della questione che ieri i giudici dovevano risolvere. Hanno stabilito che, per i 100 milioni di Barilla a Squillante, «il fatto non sussiste»: sarà stato un omaggio a un giudice che stava particolarmente simpatico al re della pasta (che però non lo conosceva). Quanto ai 500 milioni della Fininvest a Squillante, Previti avrà fatto tutto da solo. Pur non essendo coinvolto personalmente in alcun processo (all’epoca, almeno), pagava il capo dell’ufficio Istruzione di Roma con soldi di Berlusconi, ma all’insaputa di Berlusconi, che non gli ha mai chiesto conto dei suoi quattrini (ma adesso lo farà, oh se lo farà: andrà da Previti, presso la comunità di recupero per tossicodipendenti dove sta scontando la pena, lo prenderà per il bavero e lo strapazzerà a dovere, per avergli causato tanti guai con la giustizia). O almeno non c’è la prova, nemmeno logica, che Berlusconi lo sapesse. Squillante, quando gli telefonava per gli auguri di Capodanno o negoziava il suo seggio al Senato, non gli parlò mai di quei generosi bonifici in Svizzera. Che so, per ringraziarlo. Invece niente, nemmeno una parola gentile. Che ingrato.


Da l'unità.it
28/04/07




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28 aprile 2007

bavaglio alle intercettazioni... Nessuno saprà più niente

 


Una gran bella puntata, piena di intercettazoni ai politici e interrogatori interessantissimi!
Si approfondisce la vergognosa legge Bavaglio!
Sempre grande Travaglio.
Guarda la puntata: ANNOZERO
"Il 17 aprile la Camera ha approvato il disegno di legge Mastella che vieta le pubblicazioni degli atti di indagine e delle intercettazioni. Il disegno è passato con 447 sì, 7 astenuti e nessun voto contrario. Se il disegno sarà approvato anche in Senato, quelli che pubblicheranno atti vietati rischieranno l'arresto fino a 30 giorni o l'ammenda da 10 mila a 100 mila euro. E i lettori, gli spettatori? Il rischio è che non sarà più possibile leggere cronache come Tangentopoli, furbetti del quartierino, Calciopoli, Vallettopoli fino a sentenza definitiva, ossia dopo anni di processo. Se ne discute in studio con Marco Travaglio, il Ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, il Senatore Alfredo Mantovano di Alleanza Nazionale, il Procuratore Generale di Torino Giancarlo Caselli, e l’avvocato Katia Malavenda."




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26 aprile 2007



 PORCA A PORCA

L'altroieri, mentre il comico Beppe Grillo si occupava di cose serie (il caso Telecom) e il presidente della Telecamera Bertinotti faceva il comico da Fiorello, Bruno Vespa allestiva una memorabile puntatona di Porta a Porta dal titolo «Un secolo di gambe». Dove le gambe non erano una metafora di qualcos'altro: erano proprio le gambe. A discuterne in studio, alcune note titolari delle medesime, cioè le gemelle Kessler, Alba Parietti e Alena Seredova, assistite da un sessuologo, uno stilista e un tuttologo del nulla: il cosiddetto professor Zecchi. L'insetto che - come dice sempre Sandro Curzi - «è un grande professionista», era rimasto incerto per tutta la giornata sul tema da affrontare, visto l'incalzare della cronaca: la strage nel campus di Virginia Tech? la drammatica assemblea dei soci di Telecom, con l'addio degli americani e l'arrivo di Berlusconi? le manovre intorno ad Alitalia? la nuova svolta autoritaria in Russia? Poi, alla fine, ha deciso per le gambe (anticipando così la morte del giornalismo, sancito ieri dalla vergognosa approvazione alla Camera della vergognosa legge-vergogna di Mastella sulla segretazione eterna degli atti di inchiesta e delle intercettazioni telefoniche, pena la galera). Sarà la primavera, ma mentre l'Italia è attraversata da tempeste finanziarie di ogni genere, il vecchio Bruno è in piena tempesta ormonale. Dovevate vederlo dinanzi alle immagini di gambe e varie nuditè che sfilavano sul maxischermo alle sue spalle. Non riusciva a staccare lo sguardo. Già una settimana fa, a Porta a Porta, si era rischiato il bollino rosso quando, in una fondamentale puntata sulla chirurgia plastica, l'insetto aveva domandato ad Alba Parietti se le sue labbra rifatte non perdano di sensibilità, lei gli aveva risposto: «Vuoi provarle, Bruno?». E lui, sull'orlo dello svenimento: «Ehm ehm, vediamo, ora ci penso durante la pausa pubblicitaria», poi con un fil di voce aveva lanciato gli spot per ricomporsi un pochino. L'altra sera ha concesso il bis per un paio d'ore. Arrapatissímo già al cospetto delle Kessler che, pur stagionate, fanno sempre la loro figura, il Vespa che non ti aspetti, quello che solo tre anni fa parlava al telefono in diretta col Papa e solo due settimane fa spiegava perla millesima volta il delitto di Cogne con un mestolo in una mano e uno scarpone nell'altra, si è letteralmente sciolto come burro al sole quando la Seredova ha rivelato di non aver portato con sé il reggiseno. Lui ha detto che non importava, ma si capiva che voleva dirle che aveva fatto bene, poi l'ha praticamente costretta a sfilare ancheggiante per lo studio come in un defilè d'alta moda. Dopodiché non è più riuscito a ritrovare la favella e, prima che le chiedesse di spogliarsi lì davanti a tutti, è scattata provvidenziale la sigla di coda. E dire che solo qualche giorno fa i promotori dell'imminente Family Day avevano pensato a lui, il timorato Bruno, come testimonial d'eccezione della famiglia tradizionale. Ora bisognerà trovarne in fretta e furia un altro. Si era pensato anche a Bellachioma, così affezionato alla famiglia da averne addirittura due, ma proprio ieri il settimanale Oggi ha pubblicato le foto delle sue bollenti avventure pasquali a villa La Certosa. L'Alvaro Vitali di Arcore si aggirava per il parco della reggia mano nella mano con cinque splendide ragazze. Tre more, una castana e una rossa, che facevano a gara a sedersi sulle sue ginocchia. Particolarmente triste la foto che ritrae l'attempato gagà in tuta da ginnastica, con la pancetta all'infuori e due figliole ai lati, una a destra e l'altra a sinistra, che lo guardano dall'alto in basso. Triste e fuorviante, anche: senza la didascalia, qualcuno potrebbe scambiarla per la brochure pubblicitaria di un ricovero per anziani, con le immagini del paziente più allegro amorevolmente assistito da due badanti che, all'occorrenza, gli cambiano il pannolone.

Uliwood Party di Marco Travaglio, l'Unità 18/04/2007




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22 aprile 2007

Marcello Dell'Utri e il Papa?Questa sera ore 20,30 a Pavia, APPUNTAMENTO per distribuire qualche volantino sul suo curriculum giudiziario

 

Il concerto

April 21, 2007 on 4:48 pm | In Politica |

Il papa è a Pavia sulle orme gloriose di Sant’Agostino. E questa sera nella
basilica di Santa Maria del Carmine si terrà un concerto in suo onore.
Main sponsor è l’associazione Il Circolo del signor Marcello Dell’Utri, che dall’alto delle sue due condanne definitive per reati finanziari e della sua condanna in primo grado a nove anni per mafia, proprio si vuol togliere tutti gli sfizi. Alleva i nuovi ranghi del partito padronale, seleziona le candidature al parlamento, promuove l’expo del libro antico, riscrive la storia del fascismo, vuol mettere il suo zampino del teatro Lirico di Milano, garantisce per l’onestà di Cesare Previti. E offre concerti per il papa.
Uno così, in un paese normale, sarebbe ai margini della società. Qui passa per un padre nobile, dedito al mecenatismo. Nessuna istituzione pubblica, in un paese normale, gli consentirebbe di sponsorizzare un concerto. La diocesi di Pavia, che promuove l’evento insieme a comune e provincia, glielo consente. Ed è comprensibile che in Vaticano prendano le distanza un filo imbarazzati.
Nella cartella stampa di presentazione dell’iniziativa un comunicato definisce Il Circolo “un’associazione apartitica ma non apolitica… dedita alla costruzione di un’identità culturale comune a tutte le forze politiche che si riconoscono nella Casa delle Libertà'’.
Questa sera vado a Pavia, a distribuire qualche volantino sul curriculum giudiziario del mecenate in odore di mafia. Una stecca nel coro ci vuole.
Siete tutti invitati a partecipare. Ritrovo ore 20,30 davanti alla basilica. Poi, se ci consentono di entrare, ci godiamo in religioso silenzio Mozart e Schubert.

http://www.pieroricca.org/




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22 aprile 2007

BEN TORNATO ENZO BIAGI

  Alle 21.30 RaiTre puntata speciale di "RT-Rotocalco televisivo" che prenderà il via domani
Il giornalista: "Non sono ricattabile. E guai se piacessi a tutti, anche a me qualcuno non piace"

Il ritorno in tv di Enzo Biagi
"Mi bloccava una nebbia politica"

di FABRIZIO RAVELLI

MILANO - "Scusate, sono tanto contento di rivedervi. E confesso che sono anche commosso. Ma c'è stato qualche inconveniente tecnico che ci ha impedito di continuare il nostro lavoro. L'intervallo è durato cinque anni. Mi aveva avvolto la nebbia della politica". La commozione si vede negli occhi lucidi. Contagia tutto lo staff della trasmissione, la banda di sempre. L'ironia, anche quella si sente, e pure il gusto di una legittima rivalsa. Ma il tutto dura pochi secondi. Parlare di sé non è poi così importante, per il vecchio cronista. C'è la realtà che bussa, i fatti, le storie da raccontare.
Enzo Biagi è quello di sempre, e torna a fare il mestiere di sempre dopo cinque anni di esilio dalla Rai.

Cinque anni da quel 2002 quando chiuse l'ultima puntata del Fatto, il 31 maggio, con un "arrivederci, speriamo in autunno". E una citazione di Bergman: "Lo spettacolo è finito e i suonatori se ne vanno". Epurato dalla Rai, dopo più di quarant'anni, per obbedire all'"editto bulgaro" di Silvio Berlusconi. L'allora presidente del Consiglio non lo voleva più fra i piedi, lui Santoro e Luttazzi. L'ordine di licenziamento era stato prontamente eseguito, con l'aggravante di alcune ipocrite giustificazioni, dai famigli berlusconiani ai piani alti della dirigenza Rai. >>continua da Repubblica.it>>




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21 aprile 2007

Enzo Biagi: ''in questi anni ho capito cos'è la prepotenza del potere''

 IL CONDUTTORE DE “IL FATTO” TORNA DOMENICA SU RAITRE CON LA NUOVA TRASMISSIONE ROTOCALCO TELEVISIVO

Enzo Biagi: ''in questi anni ho capito cos'è la prepotenza del potere''

di Giorgio Santelli e Stefano Corradino
Domenica Enzo Biagi torna in televisione. A cinque anni di distanza dal diktat di Sofia dell'ex presidente del consiglio che lo ho costretto ad un esilio forzato questo grande giornalista, anziano  per l'anagrafe ma certo non per lucidità, sarà di nuovo in video, su Raitre con un nuovo programma dal titolo Rotocalco Televisivo. Articolo21 e Radio Popolare lo hanno intervistato in esclusiva (l'intervista integrale su Radio Popolare sabato mattina alle 10:40). Quando sono stato allontanato dal video – afferma Biagi – ho capito ancora meglio cos'è la prepotenza del potere.  Quando la vita può dipendere dagli umori di un capo che si sente intoccabile... C'è gente convinta che con i soldi si può prendere tutto, invece non è vero. E guai se fosse così. “Il potere corrompe ha detto qualcuno”, e allora in certi casi vorrei che ad alcuni soggetti il potere non fosse affidato...”

Gli fa eco Loris Mazzetti, curatore del nuova programma e storico braccio destro del giornalista.
“Se Biagi avesse utilizzato davvero la tv in modo criminoso quel signore sarebbe dovuto andare da un magistrato e denunciare lui e gli altri della compagnia. Non mi risulta che l'abbia fatto quindi si dovrebbe vergognare per aver utilizzato l'espressione “uso criminoso della tv”.

Enzo Biagi è emozionato. Forse non ci sperava più di poter tornare n televisione. “Spero che non mi considerino come un vecchietto che torna in televisione e non dicano che do i numeri. Anche perchè se avessi numeri così buoni li giocherei al lotto”.

La prima puntata sarà dedicata all'ex pm di Mani Pulite Gherardo Colombo. Per un personaggio che esce di scena (Colombo) ce n'è uno che torna in pista (Biagi) ha scritto l'Espresso una settimana fa.
“Gherardo Colombo e Mani pulite hanno rappresentato la giustizia – spiega Biagi -, la voglia di rimettere le cose in ordine, di far capire alla gente che la legge è qualcosa  che va rispettata. Gli ultimi purtroppo non saranno sempre primi ma almeno gli si riconosca il diritto di partecipare alla corsa, e siano rispettati”. Biagi e Santoro sono quindi tornati in video ma altri mancano ancora all'appello. Giornalisti e professionisti della televisione privati della possibilità di esprimere il loro pensiero e la loro creatività. Daniele Luttazzi, Carlo Freccero, Sabina Guzzanti, Oliviero Beha, Gianni Minà, solo per citarne alcuni. E ci si interroga quindi se sia stata o meno ripristinata la tanto agognata “normalità” nell'informazione. “Mi sembra che questa normalità non ci sia”,  afferma Biagi. “E non solo nell'informazione, anche nella satira. Perché molti politici sono abituati all'ossequio e quindi non gradiscono l'ironia pungente... “In nessun paese europeo ci sono persone che dispongono di tante reti televisive.

Ho girato abbastanza per poterlo affermare. Se ciò è accaduto la ragione sta nelle compromissioni con la politica. Qualcuno ha favorito il gioco altrimenti non sarebbe stato possibile. Dopo la puntata con Colombo seguiranno le altre. Tra gli ospiti Roberto Saviano, mons. Giancarlo Bregantini, il vescovo di Locri, Tina Anselmi e Vittorio Foa. C'è un fil rouge che lega questi personaggi? “Direi di sì”, afferma Biagi. Rappresentano tutti degli atteggiamenti non consueti nella vita italiana. Gente che partendo da principi morali saldi vuole riaffermare ad esempio il primato della giustizia. Uomini e donne che cercano - come mi disse una volta Nenni per spiegare il socialismo - di portare avanti quelli che sono rimasti indietro”.

Domenica prossima i telespettatori potranno riabbracciare virtualmente un protagonista della televisione ingiustamente espulso dal video. “Lo dobbiamo al direttore generale Cappon – afferma Mazzetti, al direttore di Raitre e del Tg1, ad Articolo21 e a tutta quella “sacca di resistenza” che in questi anni si è battuta per la libertà d'informazione ed è rimasta vicina a Biagi”. Fu l'intervista a Roberto Benigni a scatenare l'ira l'ex presidente del Consiglio. Questa volta nessun rischio allora. Benigni non è previsto in scaletta. “E chi l'ha detto che non ci sarà?” conclude Biagi...

20/04/2007

fonte: http://www.articolo21.info/




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20 aprile 2007

video dello scontro EMILIO FEDE - PIERO RICCA... GRANDE PIEROOO! Fede? “un baluardo della libertà di informazione” dice silvio

 Ecco il video dello scontro EMILIO FEDE - PIERO RICCA di cui ho riportato l'articolo due giorni fa.
Il video è stato montato da Striscia la notizia e non racconta esattamente come si è svolta tutta la storia.
 ( quindi consiglio di leggere l'articolo).
 Fede “un baluardo della libertà di informazione”... fantastico! ma lo diceva Berlusconi, invece il povero Biagi era un criminale...   a quanto pare il cosiddetto  Baluardo-Fede ha anche sputato contro Piero.
GRANDE PIEROOOOOOOOOO




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20 aprile 2007

presi in giro dall'Unione! ..dal Programma voglio ricordarvi che:

 
Dal PROGRAMMA DELL'UNIONE

Risolvere il conflitto d’interessi

Da quando Berlusconi è entrato in politica il conflitto di interessi
ha costantemente segnato la vita pubblica italiana. Ogni settore
dell’iniziativa di Governo è stato viziato dal conflitto di interessi:
dall’informazione alle assicurazioni, dalle opere pubbliche
alle società sportive. Un opaco intreccio tra politica e affari.
Anche gli osservatori internazionali hanno segnalato, a più
riprese, questa grave anomalia della democrazia italiana. Il
governo ha risposto con una legge-simulacro sul conflitto di interessi
che concretamente non modifica nulla, lasciando che il conflitto
di interessi venga affrontato con le estemporanee uscite di
Berlusconi dal Consiglio dei Ministri al momento dell’ennesimo
voto su questioni di suo personale interesse.  
ECC. ECC. VEDI PEG.18 DEL PROGRAMMA.

E' passato quasi un anno dalle elezioni e di risolvere questo problema
non se ne parla. Siamo stati presi in giro per l'ennesima volta?




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19 aprile 2007

ennesima magra figura de Il Giornale...

  La Procura smentisce le accuse del giornale a Prodi

La Procura della Repubblica di Bolzano smentisce in modo categorico le accuse lanciate ieri da Il Giornale al presidente del Consiglio Romano Prodi.
Secondo il periodico milanese, il capo del Governo sarebbe al centro dell'inchiesta Italtel (l'indagine riguarda reati gravissimi come corruzione, concussione e riciclaggio sulla vendita).
Ma le accuse del giornale si sono infrante oggi contro le parole del procuratore capo della Repubblica di Bolzano.
"Vero è che da anni stiamo indagando sui modi di acquisizione da parte della Siemens di una quota significativa dell'Italtel - ha spiegato - ma escludiamo che il Presidente del Consiglio dei Ministri sia indagato nella nostra indagine. Non abbiamo intenzione di accettare strumentalizzazioni politiche di alcun tipo".
WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 19 APRILE 2007

e coma mai quel sobrio quotidiano chiamato Il Giornale(di famiglia Berlusconi) spara una balla? ..sarà successo solo un'altra infinità di volte, ma l'autorevole direttore del suddetto quotidiano è sempre invitato nei salotti di  tutte le trasmissioni! ..oltre ad averne una tutta sua... dove?  ma su rete4 ovviamente!




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18 aprile 2007

Il baluardo Fede incontra Piero Ricca. Accade il finimondo

 

Emilio Fede

April 17, 2007 on 1:35 pm | In Informazione |

Anche Emilio Fede annuncia querela. Ieri sera l’ho incrociato insieme ad alcuni amici al circolo della stampa di Milano. L’occasione era un “incontro con il direttore” organizzato dal Giorno. Sul marciapiede gli abbiamo posto la questione delle frequenze abusivamente occupate da Rete 4. Lui ha risposto con un tentativo di sarcasmo, dicendo che per quel motivo s’era dimesso il giorno stesso. Poi mi ha dato dell’imbecille. A quel punto il mio amico Paolino “Napalm” non ha trattenuto lo sdegno ed è iniziata un’animata discussione. Abbiamo ampiamente criticato la cialtroneria e il servilismo del personaggio, la sua incompatibilità con le regole minime del giornalismo. Tinto e inceronato, Fede era protetto da quattro guardaspalle. Simulava reazioni fisiche, sgranava i dentoni finti a mo’ di sfottò. Ha cercato di impedirmi di filmare. Poi mi ha sputato addosso dall’alto di una rampa di scale. Nuovo parapiglia. Sono stato impietoso: ho accennato alle meteorine a pagamento, ai debiti da gioco ripianati dal padrone, al cerone che colava, alla tintura di capelli da anziano gagà. Alla pagliacceria anche fisica, insomma, di personaggetti portati in alto dalla miseria dei tempi. Nel parapiglia ho più volte evocato Enzo Biagi, cacciato come un “criminale” da un ducetto che ha definito il suo dipendente Fede “un baluardo della libertà di informazione”. Il baluardo ha fatto chiamare la polizia ed è rimasto lì in attesa, sempre attorniato dai guardiani. Mentre lo criticavo, provava ad avvicinarsi alla ricerca della rissa, e ogni tanto lanciava qualche velata minaccia: voglio sapere chi siete, ce la vedremo in privato. Certe amicizie si fanno valere nel momento del bisogno. Tutto il circolo della stampa, nell’androne, assisteva allo spettacolo. A un certo punto è arrivata la gendarmeria, con ampio schieramento: carabinieri e polizia, quattro o cinque pattuglie. Hanno identificato noi e non lui, come pure ho richiesto. I potentucoli e i loro servi meritano sempre un occhio di riguardo dalla forza pubblica. Abbiamo filmato tutto e ora sentiremo il nostro pool di avvocati prima di mettere il nastro on line. Durante la conferenza, il lele mora del giornalismo è tornato sul tema, dicendo che in fondo avevamo rappresentato un diversivo, che eravamo dei centri sociali, che parlavamo sotto effetto di droghe, che dalle contestazioni al terrorismo il passo è breve, che meritavamo 500 euro, che venivamo da qualche antro e passavamo le notti sotto i ponti. Cose così. Poi ha annunciato querela, pur senza farsi illusioni sulla libertà di giudizio delle toghe rosse. L’attendo con serenità, anzi la esigo. Sarebbe la seconda: dopo la denuncia del padrone, quella del servo. Mi piacerebbe ribadire in un’aula di giustizia che queste cosiddette “contestazioni” non sono altro che sanzioni reputazionali, non immediatamente comprensibili e tanto più necessarie in un ambiente senza etica.

Qui trovate una tendenziosa cronachetta del Quotidiano Nazionale.

Ricordo la serata Europa 7 al teatro alle Colonne di Milano, corso di porta Ticinese 45, mercoledì 18 aprile, dalle 20,45. Nostro ospite l’editore di Europa 7, Francesco Di Stefano. Venite e diffondete a TUTTI!

GRANDISSIMO PIERO RICCA, QUESTI SI PERMETTONO DI FARE I BALORDI XKè IN QST SOCIETà DEL CAVOLO NESSUNO OSA NEANCHE PENSARE LE COSE KE FAI TU!!!
...TUTTI SERVI E IPNOTIZZATI DAI PADRONI DEI MEDIA!
ricordo il sito di piero: http://www.pieroricca.org/




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17 aprile 2007



 Posta prioritaria dal Mullah Omar

Chi scrive è il mullah Omar. Ho 44 anni, 4 mogli, vari figli, sono di Kandahar, dunque non sono arabo: sono afghano. Nella mia vita ho fatto un po' di tutto: il combattente, il politico, la guida spirituale, di nuovo il combattente. Ho conosciuto i più grandi eserciti del mondo: a 20 anni combattevo l'Armata rossa (ci ho rimesso letteralmente un occhio della testa), ora combatto gli Stati Uniti, gli inglesi e i loro alleati della Nato. Solo che, quando combattevo i sovietici, a voi occidentali piacevo tanto: le armi ce le passavate voi. Ora, comprensibilmente, non vi piaccio più. Eppure sono rimasto lo stesso.
Conosco Bin Laden dai tempi dell'invasione sovietica, quando anche lui vi piaceva parecchio. Ma non abbiamo niente in comune: lui è un arabo, un califfo saudita pieno di petrodollari. Ci aiutò contro l'Armata rossa e dopo ci diede un sacco di soldi per costruire strade,ponti, scuole e ospedali. Per questo era molto amato dagli afghani e quando entrai in Kabul, nel 1996, lo lasciai lì. Ma nel `98 fu accusato di aver ordito gli attentati alle ambasciate Usa in Kenya e in Tanzania, e la sua presenza in Afghanistan divenne un problema.
Anche perchè Clinton cominciò a bombardare nel mucchio, nella zona di Khost, pensando che lui fosse lì: invece morirono centinaia di civili. Tra il mio governo e Clinton ci fu una trattativa: ma sì, risulta dai documenti del Dipartimento di Stato, anche gli americani trattavano con i talebani. Avevano il mio numero. Mandai il mio braccio destro Wakij Ahmed a Washington, a incontrare due volte Clinton: il 28 novembre e il 18 dicembre `98. Clinton voleva che ammazzassimo Bin Laden, o almeno lo espellessimo. Espellerlo non potevamo: era troppo popolare.Offrimmo di fornire le coordinate del suo nascondiglio, così che gli Usa potessero centrarlo a colpo sicuro. Purchè la smettessero di bombardarci. Clinton, inspiegabilmente, rifiutò.
Poi i nostri rapporti peggiorarono ancora, ma non certo per il burka alle donne o per le tv distrutte o per le statue del Buddha polverizzate: fu perché rifiutai di affidare la costruzione del mega gasdotto dal Turkmenistan al Pakistan all'americana Unocal. Gli americani se la legarono al dito, anche perché nell'Unocal erano impicciati Dick Cheney, Condoleezza Rice e l'attuale presidente afghano Hamid Karzai. Ora fingete di scandalizzarvi tanto per l'oppio: ma nel '98 e nel '99 proposi più volte all'America e all'Onu di bloccare la coltivazione del papavero in cambio del nostro riconoscimento. Risposero picche. Nel 2000 bloccai unilateralmente la coltivazione del papavero, tra le proteste di centinaia di migliaia di contadini: ma il Corano vieta di produrre e consumare droga, e per me il Corano è una cosa seria. Risultato: il prezzo dell'oppio salì alle stelle. Un danno terribile per le grandi mafie del narcotraffico mondiale. Sarà un caso, ma meno di un anno dopo ci avete attaccati. Ora, nell'Afghanistan "liberato" e "democratico", si produce più oppio di prima: produciamo l'87% dell'oppio mondiale.
Dopo l'11 settembre gli americani ci han chiesto di nuovo di consegnare Bin Laden. Abbiamo chiesto le prove del suo coinvolgimento. Non ce le han date. Noi non abbiamo dato Bin Laden. E ci hanno attaccati. Anche se non c'era un solo afghano nei commandos delle Torri gemelle, né un solo afghano è stato mai trovato nelle cellule di Al Qaeda: c'erano sauditi, egiziani, giordani, tunisini, algerini, marocchini, yemeniti. Non afghani nè iracheni. Eppure avete invaso proprio l'Iraq e l'Afghanistan. Avete mai pensato di bombardare la Sicilia per cinque anni per stanare Provenzano? Eppure quello era latitante da 43 anni, Bin Laden solo da un paio.
Noi non siamo un popolo di terroristi. Le prime autobombe sono esplose nel 2006, dopo 5 anni di occupazione. Un po' perché questi 5 anni hanno sconvolto e imbarbarito le nostre tradizioni. Un po' perché molti terroristi vengono da fuori. Un po' perché coi russi, almeno, riuscivamo a fare la guerra: le loro truppe erano sul campo. Con gli americani è impossibile: li vediamo sfrecciare sui loro B52 a 10 mila metri d'altezza. Un anno fa un Predator americano, senza pilota né equipaggio, ha bombardato il piccolo villaggio pachistano di Domadola, al confine con l'Afghanistan, pensando che io e Al Zawahiri fossimo lì. Ha ucciso 18 civili, tra cui 8 donne e 5 bambini. Nessun americano, per il semplice motivo che gli americani non c'erano: il Predator era telecomandato da una base del Nevada, dove il pilota dirigeva le operazioni via satellite. E' la "guerra asimmetrica", che è a costo zero, almeno per voi. Non per il nostro popolo.
Badate, non voglio certo fare il santerellino. Io sono un guerriero feroce e fanatico. Ma leale. Finchè ho avuto il controllo della situazione, non abbiamo avuto sequestri di persona: una volta che una giornalista inglese penetrò nel nostro paese travestita da uomo, fu trattata bene e, accertato che non era una spia, rilasciata senza contropartite tre giorni dopo. Che mi dite invece dei vostri agenti che, nella libera Milano, han sequestrato un imam per mandarlo in Egitto e farlo torturare?
Dite che teniamo le nostre donne troppo coperte. Può darsi. Ma voi esagerate nell'altro senso: possibile che da voi una donna, per andare in tv, debba mettersi in costume da bagno, magari col crocifisso tra le tette? Non avete un posto più decente per mettere il figlio del vostro Dio?
E' vero, non riconosco lo Stato laico e la separazione tra religione e politica. Ma proprio voi venite a dare lezioni? Mi risulta che anche da voi molti politici prendano ordini da capi religiosi, tra l'altro residenti in uno Stato straniero.
Ora vi devo salutare. Ma consentitemi di ringraziarvi per il servigio che, involontariamente, avete reso a me e ai taliban: nel 2001, quando ci avete cacciati da Kabul, stavamo sulle palle a gran parte degli afghani.Ora che gli afghani vi hanno conosciuti e han visto all'opera il cosiddetto presidente democratico Karzai, siamo diventati popolarissimi. Tant'è che io continuo a girare in bicicletta e in sidecar. Sulla mia testa c'è una taglia da 50 milioni di dollari, ma nessuno ha mai pensato di tradirmi per intascarla. Vi lascio con un pensiero di un vostro santo, che dovreste conoscere bene, Agostino da Ippona. E' tratto dal De Civitate Dei: "Una volta fu portato al cospetto di Alessandro Magno un famoso pirata fatto prigioniero. Alessandro gli chiese: `Perchè infesti i mari con tanta audacia e libertà?'. Il pirata rispose: `Per lo stesso motivo per cui tu infesti la terra; ma poiché io lo faccio con un piccolo naviglio, sono chiamato pirata; poichè tu lo fai con una grande flotta sei chiamato imperatore'". Meditate, infedeli, meditate.

Cordiali saluti, il Mullah Omar

Marco Travaglio
“Annozero” (12 aprile 2007)

....secondo me questa lettera è un capolavoro!




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16 aprile 2007



 I dilettanti dell'Antimafia

A furia di attaccare i “professionisti dell'antimafia”, dobbiamo accontentarci dei dilettanti. Ma immaginiamo un turista straniero che visita l'Italia per le feste pasquali e s'imbatte nei titoli di giornale che annunciano con enfasi la storica decisione della commissione Antimafia: “Si sconsigliano vivamente i partiti dal candidare gli imputati e i condannati per mafia e reati affini alle prossime elezioni amministrative”. L'unica reazione possibile è fermare un passante italiano e domandare: “Ma perché, finora da voi si potevano candidare gli imputati e i condannati per mafia?”. Certo che si poteva. Anzi, si faceva. E si potrà continuare a farlo (il divieto non è vincolante). Solo che i partiti che lo faranno dovranno sottoporsi a una draconiana sanzione sociale: quella di “dare pubbliche spiegazioni”.
Le stesse che han dato finora, le rare volte che qualcuno le chiedeva: se Forza Italia candida Dell'Utri, condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, o Gaspare Giudice, imputato per mafia, se l'Udc candida Cuffaro, imputato per favoreggiamento alla mafia, o Mannino, imputato per concorso esterno, è perché queste preclare figure di statisti sono “perseguitati dai giudici”. L'ex pm onorevole forzista Nitto Palma ha già avvertito tutti, a scanso d'equivoci: “Continueremo a candidare i politici perseguitati”.
Come si fa a distinguere un politico imputato o condannato da un politico perseguitato? Si fa così: se il politico è del tuo partito o di un partito alleato, è un perseguitato; se invece è di un partito avversario, allora non è un perseguitato e deve sparire. Ultimamente, però, c'è la tendenza a considerare perseguitati tutti i politici condannati o imputati, così una mano (sporca) lava l'altra. Oggi a me, domani a te.
Si spera che il turista straniero, già sconvolto da quei titoli, non venga a sapere che dell'Antimafia fanno parte due pregiudicati per corruzione e finanziamento illecito, Cirino Pomicino e Alfredo Vito, e un discreto numero di indagati. In pratica, Pomicino, dall'alto delle sue due condanne, e Vito, dall'alto del suo patteggiamento per 22 tangenti (con restituzione di 5 miliardi di lire di refurtiva) raccomandano ai partiti di attenersi alla più rigorosa legalità, evitando di candidare condannati (a parte loro due, si capisce). Non è meraviglioso?
Tutto ciò accade in un paese in cui, per essere ammessi a un incarico pubblico, bisogna esibire la fedina penale, e se questa non è immacolata non si può concorrere. Un paese in cui, per fare il carabiniere, bisogna non avere condanne, né processi, né parenti condannati o imputati. Un paese in cui i condannati per reati contro la pubblica amministrazione non possono candidarsi a consiglieri circoscrizionali, comunali, provinciali, regionali, né diventare assessori, né tantomeno sindaci o presidenti di provincia o di regione. Ma deputati e senatori sì, come pure ministri, sottosegretari, presidenti del Consiglio. Basterebbe estendere al governo, alla Camera e al Senato la legge degli enti locali. Ma dovrebbe proporla il governo e dovrebbero approvarla Camera e Senato. Il che, per la “contraddizion che nol consente”, è una pia illusione.
Escludere imputati e condannati, poi, non basta: se uno ha commesso reati gravissimi, ma l'ha fatta franca per prescrizione (tipo Andreotti e Berlusconi), che si fa? Ci si accontenta dell'incensuratezza e si ignorano i reati accertati ma prescritti? E ritenere idoneo a ricoprire cariche pubbliche chiunque non abbia riportato rinvii a giudizio o condanne è già una resa all'immoralità: c'è una vasta gamma di comportamenti che non costituiscono reato, ma sono eticamente incompatibili con la “cosa pubblica”. L'altro giorno hanno arrestato a Trapani, insieme a vari boss, l'ex vice di Cuffaro, Bartolo Pellegrino, che si spartiva le tangenti fifty fifty con i mafiosi. Anni fa era stato intercettato mentre definiva i carabinieri “sbirri” e “pezzi di cani”, e i pentiti “infami”. L'inchiesta fu archiviata, quella condotta non è reato: ma può fare politica uno che parla con e come i mafiosi? L'altroieri il senatore Ds Mirello Crisafulli - filmato nel 2002 a Pergusa mentre abbracciava e baciava il boss Bevilacqua e indagato con Cuffaro per rivelazione di segreti d'ufficio - è stato nominato dalla Camera nella commissione di vigilanza sulla Cassa depositi e prestiti. L'uomo giusto al posto giusto.

 
Uliwood Party di Marco Travaglio
L’Unità del 6.4.2007




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14 aprile 2007

ALLEANZA NAZIONALE.. ke ridere quando parlano di SICUREZZA


ALLEANZA NAZIONALE al suo congresso tenutosi a Roma rilancia lo slogan sulla Sicurezza.

Ecco cosa dice addirittura Fini: "Se non ci pensano loro, scenderemo in piazza a Roma per la sicurezza. E sara' una grande manifestazione". Bravissimo! Ma bravo veramente...
Nessuno vuol ricordare all'on. Fini che quanto da loro promesso sul tema  Sicurezza non è stato per niente mantenuto? Che non può proprio parlare a riguardo? Che i reati sotto il suo governo sono aumentati? Non basta questo? E le balle sulle carceri in più che avrebbero fatto costruire? E i poliziotti di quartiere che avrebbero garantito i cittadini da ogni male?? 
Ma finiamola con queste buffonate!!! Per favore.




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10 aprile 2007



Il telefono, la sua voce

Gli elettori dell'Unione, si sa, sono nati per soffrire. Ma qui si esagera.
Un anno fa, in piena campagna elettorale, i leader erano tutti impegnati a giurare che stavolta non si sarebbero dimenticati del conflitto d'interessi. Avrebbero smantellato la Gasparri, insieme a tutte le altre leggi vergogna. Avrebbero fatto l'antitrust per levare almeno una rete a Mediaset (come da sentenze della Consulta) e per abbassare i tetti pubblicitari. Ora si legge che Berlusconì sarebbe sotto assedio perché un pezzo di Unione e alcuni ministri del governo Prodi vorrebbero tanto che lanciasse un'offerta per Telecom, per sbarrare la strada ai terribili stranieri, americani o messicani. Come se in Messico e in America esistesse qualcosa di peggio dei «capitani coraggiosi» Colaninno, Gnutti e Consorte che la comprarono nel'99 a debito, cioè coi soldi della banche, e ne uscirono nel 2001 con plusvalenze da paura, per rivenderla a Trucchetti Provera che a sua volta la comprò coi soldi delle banche e la pagò coi soldi della Telecom medesima. Cioè dei piccoli e medi azionisti. Risultato: un'azienda sana nel'99 oggi ha 43 miliardi di euro di debiti e qualche decina di dirigenti ed ex dirigenti inquisiti o arrestati per spionaggio, associazione a delinquere e altre amenità. Fermo restando che la rete telefonica è stata costruita con soldi nostri e dunque dovrebbe restare pubblica, è certo che anche un compratore delle Isole Andamane garantisce livelli di managerialità e di eticità nettamente superiori a quelli degli ultimi italianissimi controllori. Sappiamo bene a che cosa pensano i politici italiani quando difendono la «italianità» di qualcosa. «Il patriottismo - diceva Samuel Johnson, come ricorda Bill Emmott sul Corriere - è l'ultimo rifugio del mascalzoni». L'ultima volta che la casta politica, col governatore Fazio al seguito, difese l'«italianità della banche», fu per coprire le scalate illecite dei vari Fiorani, Gnutti, Ricucci, Coppola, Consorte, Sacchetti. Poi si scopri che Fiorani derubava i correntisti della Popolare di Lodi e ambiva a fare altrettanto con quelli dell'Antonveneta. Se passa lo straniero in Telecom, sarà più difficile piazzargli i soliti famigli, portaborse, spioni, fidanzate, amanti, figli e figliocci di regime: questo è il problema. Il ministro Paolo Gentiloni dichiara al Sole-24 ore che, se nascerà una cordata alternativa a quella americana, non verranno posti paletti a Mediaset: «Il governo è favorevolissimo a che Mediaset diversifichi l'impegno», purché non acquisisca una quota di controllo perché la Gasparri lo vieterebbe. Risulta che Piero Fassino abbia dichiarato a Sky che «Mediaset è un operatore del settore e quindi può fare un'offerta». Il Foglio parla dì «incoraggiamenti dalemiani» a Berlusconi e alcune dichiarazioni del senatore Nicola Latorre vanno in questa direzione. Confalonieri se la ride: «Ora il centrosinistra fa il tifo per Mediaset e si appella a Berlusconi in nome della italianità di Telecom... Fanno il tifo. La verità è che siamo funzionali al loro progetto perché alle banche italiane servirebbe un socio industriale per Telecom». E già detta le condizioni: «Gentiloni faccia il bravo: investire nei telefoni vuol dire metterci tanti soldi, quindi bisogna che Mediaset non ne perda nel comparto tv». Forse qualcuno dimentica che anche le aziende telefoniche, come quelle tv, operano in regime di concessione dallo Stato, dunque Berlusconi è ineleggibile già in base alla legge del 1957, e lo sarebbe doppiamente se entrasse nella telefonia. Salvo perpetuare lo spettacolo pietoso di un tizio che, al governo o in Parlamento, dà le concessioni a se stesso (e nega le frequenze a chi non fa parte della banda, tipo Di Stefano, che nel '99 ha vinto la concessione per Europa7, ma non può trasmettere perché Rete4 continua a trasmettere su terrestre, in perenne proroga). Viene in mente quel che accadde nel 1995, quando il Cavaliere fece la solita finta di vendere Mediaset a Murdoch, e fu autorevolmente dissuaso da sinistra in nome dell'«italianità» della tv. Risultato: il conflitto d'interessi è sempre lì, intatto. E ora rischia addirittura di decuplicarsi. E non per colpa di Berlusconi, che non ha mosso un dito. Ma perché - se non giungeranno smentite chiare e inequivocabili - il centrosinistra lo implora di entrare in Telecom. Ma non si era detto che doveva uscire da Mediaset?

Uliwood Party di Marco Travaglio, l'Unità 05/04/2007




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10 aprile 2007



 ...in un paese così credo che sia assolutamente lucido e mentalmente sano dire che "i giudici sono matti". In un paese così uno sano di mente fa il delinquente. Marco Travaglio,21.10.03 (chiusura dell'intervento in occasione della serata dal tema:"I GIUDICI SONO MATTI?")
...a proposito della riforma dell'Ordinamento Giudiziario e delle continue esternazioni di Berlusconi sui magistrati italiani!




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8 aprile 2007



 
I condannati fuori dal Parlamento

Ci siamo! Ieri abbiamo ripresentato al Senato il disegno di legge che stiamo portando avanti da tempo.
Un impegno che avevo preso in campagna elettorale. La proposta dell’Italia dei Valori che impedisce, a chi è condannato con sentenza passata in giudicato, di candidarsi e sedere tra i banchi del Parlamento. Abbiamo penato per trovare altre firme che appoggiassero il documento presentato dai nostri senatori. Alla fine siamo ricorsi all’art. 79 del regolamento interno del Senato. Tale articolo obbliga la presidenza ad accogliere e avviare la discussione del testo entro un mese, se firmato dal 50% più uno dei componenti di un gruppo. Il testo approderà ora alla commissione Giustizia e poi, se approvato, passerà in aula. Questo non significa che la strada sia ora in discesa, tutt’altro. Siamo alle prime battute di un provvedimento che non è assolutamente ben visto sia dalle forze di opposizione che da quelle di maggioranza. Come spesso succede, sono molti i parlamentari che ci dicono che abbiamo ragione e che le nostre battaglie sono giuste ma, quando chiediamo loro di darci una mano in Parlamento, si allontanano guardandoci come degli appestati. Tutt’ora nelle aule di Senato e Camera siede una folta rappresentanza di condannati con sentenza definitiva per vari reati, mentre ai cittadini chiediamo il rispetto della legalità e continuiamo a professare che la legge deve essere eguale per tutti.
Si sta discutendo quale legge elettorale approvare per modificare la “porcata” del centrodestra con la quale siamo stati costretti ad andare alle urne alle ultime politiche. L’Italia dei Valori vuole che la norma sulla “non candidabilità” sia inserita nella legge elettorale, a prescindere dal sistema sul quale si troverà un’ intesa, e chiederà che alla votazione finale del nostro disegno di legge la votazione sia palese. Sapremo così, e lo sapranno soprattutto gli italiani, chi ha votato contro e chi a favore di una legge che riteniamo fondamentale per un esempio di moralizzazione che parta dall’alto e di cui il Paese ha urgente bisogno.
La commissione Antimafia ha approvato ieri il codice di autoregolamentazione secondo il quale i partiti si impegnano a non inserire nelle liste candidati che abbiano riportato condanne. Un segnale che va nella giusta direzione. Peccato però che la sottoscrizione di tale codice non sia obbligatoria.
dal blog di A. Di Pietro

aggiungo: ma se non è obbligatorio sottoscrivere questo codice, cosa cambierà??
Speriamo Di Pietro riesca a portare fino in fondo questa battaglia di grande civiltà e moralità in un paese marcio dalla testa ai piedi!





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7 aprile 2007

Il Cavalier Barzelletta

 
Il Cavalier Barzelletta

"Questo è un governo barzelletta" (Silvio Berlusconi, La Stampa, 22 marzo 2007).

sentiamo un po' da che pulpito....
"Mia figlia piccola mi ha raccontato una barzelletta sporca..." (Silvio Berlusconi, La Stampa, 3 luglio 1990).
"Dio è arrabbiato e convoca Clinton, Eltsin e Berlusconi..." (Silvio Berlusconi, La Stampa, 23 novembre 1994).
"Antica Roma. Nerone chiama Tigellino. 'A Nerò, che te serve? I romani si annoiano. Ci vorrebbe un bello spettacolo nel Colosseo..." (Silvio Berlusconi, Corriere della Sera, 29 ottobre 1995).
"Questa me l'ha raccontata la mia segretaria..." (Silvio Berlusconi, Ansa, 24 novembre 1997).
"Berlusconi racconta una nuova barzelletta ai coordinatori regionali di Forza Italia. Il Cavaliere muore e, sulla base delle cronache dell'Unità finisce all'inferno dove non funziona nulla. Aggiusta le cose e sale al Purgatorio dove risolve altri problemi. Arriva così in Paradiso dove però i cherubini litigano. A questo punto, racconta il Cavaliere, arriva il colloquio con il Padreterno che, però, al posto di quindici minuti, dura tre ore. Al termine Berlusconi esce con la mano sulla spalla di Dio. Che esclama: "Carina l'idea sul Paradiso SpA. Ma c'è una cosa che non ho capito: perché io dovrei fare il vicepresidente?" (la Repubblica, 19 marzo 2004).
"Silvio Berlusconi, in una sorta di sfida all'ultima barzelletta con i giornalisti, ne ha raccontata una che riguarda il problema dell'Aids: "Un malato di Aids va dal medico e gli chiede: "Dottore, cosa posso fare per la mia malattia?". Il medico risponde: "Faccia delle sabbiature". "Ma dottore, mi faranno veramente bene?" "Bene no, ma sicuramente si abituerà a stare sottoterra"" (Ansa, 3 aprile 2004).
"Un contadino stava falciando il suo campo e vede arrivare una berlina da cui scende Berlusconi che gli dà subito un consiglio per raddoppiare la produttività: dotare il falcetto di un controfalcetto in modo da poter tagliare non solo da destra a sinistra ma anche da sinistra a destra, nel gesto di ritorno. Il giorno successivo, stessa scena, nuovo suggerimento del Cavaliere al contadino: allacciarsi alla vita un raccoglitore, sincronizzando i movimenti ondulatori della pancia con il gesto del braccio che falcia" (a questo punto il Cavaliere si è alzato in piedi mimando il doppio movimento provocando scrosci di risate in sala e tra i cronisti). Altro consiglio: calzare scarpini chiodati, stile calciatore, per poter, contemporaneamente sarchiare il terreno. Il contadino, messi in pratica i suggerimenti ne ricava soddisfazione, ottimizzazione della produttività e, soprattutto dimezzamento del tempo di lavoro. Così, il villico torna a casa all'ora di pranzo anziché al tramonto. "Mai tornare a casa prima del tempo", chiosa il Cavaliere facendo intuire l'epilogo. Appunto. Trova la moglie a letto con... "un comunista della sezione accanto". Apriti cielo. La donna invoca in lacrime il perdono e solo dopo molte ore giunge il compromesso: "Va bene ti perdono - le dice il marito - a patto però che non lo dici a Berlusconi perché se sa che ho anche le corna, chissà poi cosa mi ci fa fare con le corna..." (cronaca dell'Ansa su una visita di Berlusconi agli industriali romani, 3 maggio 2001).
"L'incontro oggi a Palazzo Chigi con i sindacati su Europa e rilancio dell'economia è cominciato con una barzelletta. A raccontarla, ha riferito il segretario della Uil, Luigi Angeletti, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi..." (cronaca dell'Ansa, 18 settembre 2003).
"Nel corso della lunga riunione, il presidente del Consiglio - sempre secondo il racconto del governatore delle Marche, Vito D'Ambrosio - ha raccontato una barzelletta: "in un campo di prigionia il kapò riunisce tutti i prigionieri annunciando loro una notizia buona e una cattiva. "La notizia buona è che una parte dei prigionieri del campo verrà trasferita in un altro campo." A quel punto i prigionieri chiedono di sapere la notizia cattiva, e un guardiano, facendo segno con la mano, sentenzia: "Da metà vita in giù resteranno in questo campo, da metà vita in su saranno trasferiti"" (cronaca dell'incontro con i governatori regionali, Ansa, 18 febbraio 2004).
"Volete sapere come Bossi fa l'amore con sua moglie? La Lega..." (Silvio Berlusconi, Corriere della Sera, 19 dicembre 2003).
"Un tale dice all'altro: mi sono fatto disegnare un neo sul pene..." (Silvio Berlusconi, Corriere della Sera, 30 giugno 2001).
"La sapete quella del genovese che mette l'annuncio sul giornale? E quella del negro che cerca una stanza a Rimini?" (Silvio Berlusconi, Corriere della Sera, 7 marzo 1997).
"Ragazzi, ho due nuove barzellette formidabili. Ma una è un po' spinta, le signore dovrebbero uscire. Anzi no, restate. Allora..." (Silvio Berlusconi, la Repubblica, 15 giugno 1995).
"Non mi va di partire per Napoli e di lasciarvi con questi volti tesi. Ora vi racconto una barzelletta così vi metto di buonumore" (Silvio Berlusconi, Corriere della Sera, 22 settembre 2001)
"Tra le qualità del presidente del Consiglio c'è quella di essere un battutista" (Silvio Berlusconi, 26 gennaio 2006).
"Arafat mi ha chiesto di dargli una tv per la Striscia di Gaza. Gli manderò 'Striscia la notizia'" (Silvio Berlusconi, Corriere della Sera, 7 marzo 1997).
"Non è vero che io racconto barzellette, anzi disistimo chi lo fa" (Silvio Berlusconi, Ansa, 27 settembre 2002).
"Mi accusano di raccontare barzellette, ma io uso parabole" (Silvio Berlusconi, Ansa, 19 aprile 1997).


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4 aprile 2007



 Bartolo Pellegrino.
Ex assessore regionale al Territorio e Ambiente nell'amministrazione Cuffaro.
Ha mancato per una manciata di voti l'elezione al Senato alle ultime Politiche.
Abbiamo rischiato di avere un mafioso in più al senato... 
     
Trapani, arrestato per mafia
l'ex vicepresidente della Regione
Accusato di concorso esterno in associazione mafiosa anche l'ex direttore del Demanio di Trapani Francesco Nasca
(piccola parentesi, ricordate ki è F. Nasca? il SIGNORE ke aggredì la troupe di Santoro
leggi qui x saperne di più: http://www.telesud3.com/news/show_news.php?uid=1386)
a Trapani

da repubblica.it:
TRAPANI - Manette a Trapani per l'ex vicepresidente della Regione siciliana Bartolo Pellegrino, 73 anni, leader del movimento politico "Nuova Sicilia". Il politico è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Gli inquirenti ritengono fosse la cerniera fra i clan mafiosi e la politica. Coinvolti nell'indagine anche tre imprenditori edili e l'ex direttore tributario dell'Agenzia del Demanio di Trapani.

Accordi boss-politici. Le intercettazioni ambientali hanno permesso alla polizia di evidenziare rapporti fra il politico con esponenti di Cosa nostra trapanese, tra cui Filippo Coppola, Francesco Bica e Francesco Orlando, quest'ultimo già segretario particolare del politico. Per l'accusa i continui rapporti di Pellegrino con le cosche, avrebbero "permesso alla mafia di assicurarsi il controllo di rilevanti attività imprenditoriali nel settore edilizio ed urbanistico, programmando la realizzazione di speculazione mediante il mutamento della destinazione d'uso da verde agricolo a zona edificabile di ampie aree nel quartiere Villa Rosina di Trapani, modificandone gli indici di edificabilità nel contesto del piano regolatore di Trapani".

Pagato dalla mafia". Il quadro che ne deriva è quello di un sistematico appoggio di Pellegrino, già assessore regionale al Territorio e Ambiente nell'amministrazione Cuffaro fra il 2001 e il 2003, alle attività ed agli interessi della mafia nel settore edilizio. L'ex vicepresidente della Regione, come sottolineano gli inquirenti, avrebbe fatto "mercimonio delle proprie funzioni di assessore", per avvantaggiare gli interessi dei mafiosi.

Un giro di migliaia di euro. L'ex deputato regionale avrebbe accettato, come si legge ancora nel provvedimento cautelare, una somma di denaro da parte di Francesco Pace (al quale stamani è stato notificato in carcere il provvedimento cautelare), Antonino Birrittella (l'imprenditore arrestato per mafia due anni fa e adesso pentito) e dall'imprenditore Vito Agugliaro, la promessa di 500 euro per ciascuno degli appartamenti progettati dalla società Mediterranea Costruzioni (cui Augugliaro era interessato). L'affare riguardava un ampio programma edilizio che si doveva realizzare nel quartiere Villa Rosina a Trapani e che prevedeva la costruzione di 600 appartamenti di edilizia residenziale.

"Sbirro è una definizione positiva". Il nome di Pellegrino è stato tirato in ballo cinque anni fa, a causa di alcune intercettazioni telefoniche e ambientali, nell'ambito di un'inchiesta della Procura di Palermo sulla cosca mafiosa di Monreale. In una conversazione intercettata, l'esponente politico avrebbe pronunciato le parole "sbirro" e "infame", rivolgendosi a carabinieri e pentiti. Ascoltato dai magistrati come 'persona informata sui fatti', Pellegrino sostenne che "la definizione 'sbirro' ha un significato positivo" e negò di avere utilizzato il termine "infame".

Concessi gli arresti domiciliari. Dopo avere mancato per una manciata di voti l'elezione al Senato alle ultime Politiche, il leader di "Nuova Sicilia" proprio nei giorni scorsi aveva ufficializzato un accordo elettorale con la nuova Dc e il sostegno al candidato sindaco di Trapani per la Cdl Mimmo Fazio nelle prossime amministrative. Il gip Antonella Consiglio gli ha concesso gli arresti domiciliari per via dell'età avanzata. L'indagine della squadra mobile trapanese, denominata "Progetto mafia e appalti Trapani" costituisce uno sviluppo di attività investigative che il 24 novembre del 2005 avevano già portato all'arresto di Francesco Pace, 65 anni, "reggente" di Cosa nostra a Trapani, e di altre 11 persone. A Pace oggi è stato notificato in carcere un nuovo ordine di custodia.

Conivolti tre imprenditori. L'inchiesta ha coinvolto anche l'ex direttore tributario dell'Agenzia del demanio Francesco Nasca, 61 anni, e gli imprenditori Vincenzo Mannina 46 anni, a cui sono stati sequestrate quote sociali, impianti industriali di calcestruzzo e beni aziendali per un valore di dieci milioni di euro; Michele Martines, 37 anni, e Mario Sucamele, 52 anni, quest'ultimo in passato già indagato per mafia.

Arrestato l'ex direttore del Demanio a Trapani. Francesco Nasca, 61 anni, direttore tributario dell'Agenzia del Demanio di Trapani fino al giugno scorso ed ex responsabile del servizio preposto alla gestione ed alla destinazione dei beni confiscati alle organizzazioni mafiose, è stato arresato con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. La polizia ha accertato che Francesco Nasca avrebbe rallentato le procedure amministrative previste dalla legge nel settore della gestione e della destinazione dei beni confiscati alle organizzazione mafiose affinchè i beni ritornassero nella disponibilità dei boss.
....andatevi a rivedere la puntata di ANNOZERO con l'intervista all'ex prefetto Fulvio Sodano e le vidende del presidente della provincia di Trapani, Sen. Antonio D’Alì di Forza Italia!

(4 aprile 2007)








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3 aprile 2007

FIRMIAMO L'APPELLO! DIMOSTRIAMO DI NON ESSERE COME CI VORREBBE BRUNO VESPA E TUTTA LA SUA TROUPE DI POLITICI CON LA CODA DI PAGLIA

 

Facciamo la scorta ai nostri giudici
Cari amici, ancora una volta i magistrati che fanno esclusivamente il loro dovere e, facendolo, si imbattono in personaggi potenti e interessi forti, sono perseguitati dai soliti noti della politica e dell'informazione sottostante. In Basilicata, un gruppo di cittadini ha acquistato due pagine di un quotidiano locale per esprimere la propria solidarietà ai pm di Potenza Woodcock e Montemurro (quest'ultimo proposto dal Csm per il trasferimento senz'aver fatto null'altro che il proprio dovere) e al gip Jannuzzi. Invito tutti gli amici del sito a stringersi con le loro firme intorno a questi onesti e coraggiosi servitori dello Stato, firmando l'appello che riporto e che si può trovare, insieme ad altre informazioni utili, sul sito
www.noicittadinilucani.wordpress.com. Mi auguro che presto si muovano anche i cittadini della Calabria in difesa dell'onesto e coraggioso pm Luigi De Magistris, attaccato dai soliti noti, in difficoltà presso una parte del Csm e addirittura esautorato della sua inchiesta più delicata (vedi articolo di Gomez e Lillo sull'ultimo Espresso) da parte del suo procuratore capo. Non sono battaglie in favore di quetso o quel magistrato. Sono battaglie per la Giustizia, o per quel che ne resta. Marco Travaglio (clicca qui per leggere l'appello)




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2 aprile 2007



 INTERVISTA A MARCO TRAVAGLIO
Certi giornalisti temono l’articolo 21 della Costituzione

Intervista di Pino Finocchiaro
Marco Travaglio, nel tuo libro parli della scomparsa dei fatti dalle notizie. Parliamo di Enzo Baldoni. La notizia per mesi è stata il ritrovamento del suo corpo in Iraq e poi l’identificazione certa attraverso il Dna dei familiari di un frammento di ossa. Tant’è che è stato lanciato un appello per riportare quel corpo in Italia. Il fatto espunto dalla notizia è che quel corpo non è mai stato consegnato alla Croce rossa italiana. Nessuno sa, oggi, dove si trovino i resti del nostro collega.
“Questo dipende dal fatto che nonostante le richieste della famiglia, la campagna di Diario, di Deaglio, di Barbacetto, di Portanova e di tutti gli altri, nessun governo si è mai interessato presso il cosiddetto governo legittimo iracheno perché facesse qualcosa”.

Parliamo anche delle nostre responsabilità di giornalisti. Nessuno di noi si è accorto che in effetti il corpo non era in possesso di nessuno. Quindi abbiamo dimenticato di chiedere: chi, come, dove, quando e perché. Le regole elementari del giornalismo.
“Questo riguarda non un ostaggio, ma una vittima-giornalista. Ci siamo dimenticati di un collega. Questa è una cosa di una gravità senza pari. Avremmo potuto fare pressioni. Costringere i nostri governi ad interessarsene. Invece, abbiamo lasciato che se ne occupasse il giornale che ospitava gli articoli di Baldoni. E’ come se fosse una vicenda che riguardava i suoi familiari, il suo giornale, punto e basta”.

Perché c’è tanta distrazione da parte della stampa. E’ solo dovuta alla nostra cattiva preparazione di giornalisti? O le pressioni sono così forti da indurci a seguire un’altra agenda?
“Credo che non si tratti di distrazione. Nel libro ho cercato di dimostrare che ci sono dei progetti ben precisi che sono stati messi in atto in questi anni e che naturalmente fanno capo agli interessi di certi editori che hanno purtroppo le mani dove non dovrebbero avere. Noi abbiamo non solo il problema degli editori non puri ma abbiamo anche il problema degli editori politici. Quando l’intero sistema televisivo è nelle mani della politica. Quando gran parte dei giornali non si sentono come un potere altro, come un potere di controllo ma si sentono parte di fatto dello stesso potere politico. Lo verifichiamo dalle frequentazioni che hanno i giornalisti. Sempre più spesso capita di vedere i giornalisti che vanno pappa e ciccia con i politici, quasi che fossero dei loro colleghi. Questo crea una situazione dove chi dovrebbe controllare è in realtà d’accordo con i suoi potenziali controllati. Quindi, è come diceva Gherardo Colombo nella presentazione del mio libro, manca proprio il concetto di indipendenza. Manca soprattutto la coscienza della nostra funzione. Non direi della nostra missione. Ma direi proprio della nostra funzione nella società. Cosa ci stiamo a fare noi giornalisti in questa società? E’ una domanda alla quale nessuno più dà una risposta”.

Durante mani pulite i quotidiani vendevano sei milioni e mezzo di copie. Dopo sono tornati a venderne stabilmente cinque milioni. La verità vendeva.
“Quella è una stagione talmente prodigiosa ed eccentrica rispetto all’andazzo delle classi intellettuali italiane. Un momento di libertà che ci siamo ritrovati e che ci siamo preso tutto quanto. Immediatamente la gente si è resa conto che era un momento di libertà e ha partecipato. E’ la migliore dimostrazione del fatto che quando noi le informazioni le diamo la gente ci viene dietro e se le beve. Il problema è che quando si sono chiuse le acque del Mar Rosso le vendite delle copie dei giornali, a parte la vittoria ai mondiali di calcio e pochi altri eventi come lo tsunami, sono ritornati nel grigiore, nella media che ci trasciniamo dietro dagli anni trenta”.

Quindi, se la matematica non è un’opinione non più di venti milioni leggono i quotidiani. Tutti gli altri, che sono di più, si affidano alla televisione.
“Poi ci sono quelli che non si affidano neanche alla televisione. Vista la televisione che c’è adesso, forse non sono neanche gli ultimi fessi. Perché certamente ci sono quelli che vanno a cercarsi le informazioni su canali alternativi. Io resto un fautore della carta stampata. Nel senso che penso che se i giornali, quando i giornali fanno il lavoro, rendono un servizio che né la televisione, né internet, né altri sistemi alternativi possono dare. La quantità di notizie che può dare ogni giorno un giornale di cinquanta-sessanta pagine non la si può trovare né in televisione, né su internet. Il problema è se lo vogliamo ancora fare questo servizio ai cittadini o se non lo vogliamo più fare. Certo, se ci mettiamo a inseguire la televisione, come i fanno i giornali, raccontando alla gente quello che è successo il giorno prima in tv. Ché molti lo sanno già, quelli che non lo sanno è perché non gliene frega niente. Quindi, dovremmo fare quello che diceva Montanelli, fare la guerra alla televisione, non demonizzandola, ma cercando di dare quello che la televisione non può dare.

Marco, sei tra i pochi che continuano a fare giornalismo d’inchiesta. Il giornalismo d’inchiesta ha pagato un caro prezzo soprattutto in Sicilia e in Campania. E’ sempre più difficile fare giornalismo d’inchiesta. Che effetto ti fa vedere che i telegiornali - il mezzo di informazione più seguito dalla gente comune – si basino per l’informazione politica sui “panini”, sui “bidoni”, su questa selva di microfoni distesi a raccogliere la battuta del politico. Mai nessuno che tiri indietro la mano per dire “no scusi, lei non sta dicendo una cosa esatta”?
“Mi fa un effetto deprimente. Perché, purtroppo, facciamo parte tutti quanti dello stesso ordine professionale. Dovremmo avere tutti lo stesso obiettivo. Mi rendo conto che non abbiamo lo stesso obiettivo. Anzi abbiamo obiettivi divergenti. Anzi, a volte opposti. Mi fa però un effetto adrenalinico. Nel senso che quando uno vede la miseria dell’informazione dei telegiornali capisce che gli si spalancano davanti delle enormi praterie per lavorare e per riempire quei buchi. Quello che ho sempre cercato di fare. E poi… Non so neanche se il mio è un giornalismo d’inchiesta. Molto spesso, quando tu racconti, racconti cose che tutti potrebbero vedere”.

Oggi, basta far cronaca.
“Oggi basta... Una volta si parlava di controinformazione. Ora non cè più bisogno della controinformazione, basterebbe semplicemente una televisione che ti dia l’Ansa. Il notiziario Ansa. Già sarebbe una rivoluzione se si sapesse quello che c’è ogni giorno sull’ Ansa. Il problema è che molto spesso nemmeno l’Ansa passa nei telegiornali. Proprio perché è passata l’idea che soprattutto l’informazione politica, l’informazione sul potere, va lasciata autogestire dal potere politico, ecco perché a raccontarci la giornata politica non è un giornalista che va a vedere, ti racconta. Ma è un giornalista che va a mettere un microfono sotto il naso dei politici. Raccontano loro quello che hanno fatto. E naturalmente raccontano solo quello che gli pare”.

E nonostante i pochi spazi di libertà, tra i giornalisti c’è chi va in tv e invoca leggi più severe.
“Sì. C’è chi va in televisione a chiedere il bavaglio. Che dicono a Mastella sbrigati di fare la legge che ci impedisce di pubblicare le intercettazioni. Perché noi le pubblichiamo perché siamo costretti, ma ne faremmo volentieri a meno. Ora. Per carità. Ci sono certe intercettazioni di cui si può fare benissimo a meno anche se non ci sono le leggi. Basta non pubblicarle, se riteniamo che non siano di interesse pubblico. Ma ce ne sono moltissime che sono di interesse pubblico. E che se facessero una legge che ci impedisce di pubblicarle tutte, sicuramente noi non potremmo più pubblicare nemmeno quelle. Non avremmo potuto pubblicare le intercettazioni del governatore della Banca d’Italia, dei padroni del calcio, dei padroni delle banche, dei servizi segreti deviati che si dedicavano a sequestrare le persone. E’ evidente…”

Qualcuno di loro ha letto l’articolo 21 della Costituzione. Ha capito cosa c’è scritto?
“Temo che l’abbiano letto e che se ne siano molto spaventati. E che quindi cerchino qualcuno che glielo limiti. Perché l’articolo 21 della Costituzione dice che puoi raccontare tutto. E che hai come unico limite la legge. Se tu chiedi altri limiti, al di là della legge penale, è evidente che hai paura della libertà che la Costituzione ti consente di prenderti. Ma non te la vuoi prendere”.

29/03/2007
www.articolo21.info




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2 aprile 2007



  "I Dico aprono a pedofilia e incesto". Sinistra furiosa con la Cei

Nuovi attacchi contro i Dico nel fine settimana da parte della Chiesa Cattolica. Il presidente della Cei monsignor Angelo Bagnasco ha spiegato che "il no ai Dico è nel rispetto di un principio etico, caduto il quale si apre la strada a situazioni che oggi ci scandalizzano, come l'incesto e la pedofilia, ma che domani, caduto il criterio di giudizio oggettivo per giudicare il bene e il male si potrebbero anche legalizzare con la regola delle maggioranze vestite di democrazia".
Affermazioni che hanno lasciato di stucco i membri della sinistra.
 
Il segretario dello Sdi Enrico Boselli ha condannato la volontà di Bagnasco di gettare benzina sul fuoco e delle gerarchie vaticane di estremizzare il confronto".
"Le dichiarazioni di Bagnasco sono a dir poco incredibili e, soprattutto, inaccettabili - ha tuonato il comunista Marco Rizzo - le pesantissime interferenze della Chiesa cattolica nella politica italiana sono così intollerabili da farci chiedere la revisione del Concordato. Un motivo in più per votare subito il ddl sui Dico".
WWW.CENTOMOVIMENTI.COM

Concordo con Rizzo, è giunto il momento di chiedere un seria revisione del Concordato. Bisogna davvero chiarire una volta per tutte quali sono i ruoli e quali compiti e limiti hanno gli Stati interessati!




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1 aprile 2007



 
Il naufragio degli albanesi
e la giornalista Pivetti


Mercoledì scorso l'Italia non ha celebrato il decennale della tragedia della "Kater I Rades", la nave albanese che il 28 marzo del 1997 fu speronata dalla nave militare "Sibilla". Dunque non si è svolta alcuna iniziativa pubblica - a parte quella organizzata a Brindisi da alcune associazioni di base - per ricordare i 108 migranti che morirono annegati nel mare Adriatico.

La mancata celebrazione dell'anniversario, non impedisce però di celebrarne un altro, quasi coincidente. Quello della dichiarazione rilasciata alla vigilia, cioè il 27 marzo del 1997, da Irene Pivetti, che fino a due anni prima era stata presidente della Camera dei deputati e allora era ancora parlamentare della Repubblica. Suggerì che, per fronteggiarne la "invasione", gli albanesi fossero ributtati in mare.

Una dichiarazione che, dopo dieci anni, continua a essere ai primi posti nella classifica delle uscite razziste di esponenti politici italiani. Intervistato qualche giorno dopo da Gian Antonio Stella per il "Corriere della Sera", l'allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede , Joseph Ratzinger, reagì con sgomenta incredulità: "In mare... Così ha detto?", poi il silenzio. Il Movimento per i diritti civili presentò una denuncia per istigazione all'odio razziale e un esponente politico cattolico, Pier Ferdinando Casini, disse di provare "pena". Ma nemmeno dopo la tragedia della "Kater I Rades", Irene Pivetti corresse le sue affermazioni. Anzi. Disse "non li ho buttati in mare io" e avanzò il sospetto che le vittime del naufragio non fossero più di cento (come dicevano i familiari e i superstiti e come poi si è accertato).

Sono passati dieci anni. Irene Pivetti ha cambiato mestiere. E' una giornalista professionista. Non le può essere sfuggita (e in tal caso gliela segnaliamo) l'intervista di Tommaso Di Francesco pubblicata martedì scorso dal "Manifesto". Krenar Xhavara, che nel naufragio della "Kater I Rades" perse la moglie, la figlia di sei mesi, oltre a tutta la famiglia del fratello, in quell'intervista ha raccontato il dolore non sopito, la rabbia, l'indignazione dei familiari delle vittime che ancora chiedono giustizia.

Sono passati dieci anni. In questo tempo la lista delle frasi razziste si è allungata. Abbiamo avuto i 'bingo bongò di Bossi, il 'quella signora abbronzata di Calderoli, le disinfestazioni dei treni degli immigrati di Borghezio. Una semina di odio particolarmente vile perché, sistematicamente, i loro autori, quando vengono chiamati a risponderne, riducono le loro affermazioni a 'scherzi', 'battute'. Ma Irene Pivetti adesso sa benissimo che le parole pesano. A dire il vero avrebbe dovuto saperlo anche dieci anni fa, visto che, come si legge nelle sue biografie, è stata la curatrice della prima e della seconda edizione del dizionario della lingua italiana di Aldo Gabrielli, che era anche suo nonno. Adesso, però, è una giornalista, conduce programmi di attualità, dunque con le parole lavora. Dovrebbe averne cura.

Ecco perché celebriamo il decennale di quella sua dichiarazione. Non solo perché i familiari delle vittime la ricordano benissimo, ma anche per suggerire alla collega Irene Pivetti un modo per contribuire alla difesa delle parole, del loro senso. Dovrebbe solo spiegare quelle che pronunciò dieci anni fa. Non è necessario che si dica "turbata", come ha fatto di recente a proposito dell'inchiesta sul suo amico Lele Mora, che pure non è annegato nell'Adriatico. Basterebbe che le spiegasse. Intanto gliele abbiamo ricordate, e continueremo a farlo a ogni anniversario.

(glialtrinoi@repubblica. it)

(1 aprile 2007)




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