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Angelino Alfano e il giudice Rosario Livatino. C'è forse antinomia?


“Allora dobbiamo essere governati da gente legata alla mafia.. è un Paese civile o no? ...è così! bisogna essere umiliati!”.
Queste le parole pronunciate da Paolo Sylos Labini nel 2001 con le quali vorrei destare gli animi, ormai sopiti, di noi poveri iloti italiani.

La domanda la faccio io: si può essere il burattino di Berlusconi e nel frattempo intitolare una sala del ministero ad un giudice ucciso dalla mafia?
Certo che si può, con quella faccia tosta si può tutto.

Premesso che sicuramente il giudice Livatino merita questo e altro, sono convinto che a lui poco importerebbe avere un'aula intitolata; sicuramente preferirebbe che lo Stato facesse davvero la lotta alla mafia, ed anzi, preferibilmente, che lo Stato non sia un tutt’uno con essa.

Ma veniamo al punto.

Sento il bisogno di esternare il mio stato d’animo in seguito ai servizi mandati in onda ieri su tutti i tg.
Non vi nascondo che sono sempre più nauseato di assistere a cerimonie prive di contenuti, di veder dar lustro a certo ciarpume.
Alfano parla di Livatino come modello “ideale”. E fa bene.
Ma qualcosa non mi convince. Ne parla bene perché il giudice è ormai defunto?
Mi domando quale trattamento avrebbe riservato a lui (un magistrato che faceva il suo dovere) la classe dirigente del Paese, con al seguito le tv padronali.
Chissà, probabilmente sarebbe stato trasferito, calunniato, bastonato col tubo catodico, delegittimato o quant’altro.
Nell’occasione della ricorrenza dell’assassinio del giudice canicattinese, il ministro siciliano elenca una serie di qualità che dovrebbe possedere un giudice, lasciando chiaramente intendere il pensiero suo e della banda bassotti a cui appartiene. E cioè che i giudici oggi sono pieni di pregiudizi ideologici; che giudicano senza obiettività i fatti; che valutano le persone sottoposte al loro giudizio non per quello che hanno commesso ma per quello che sono; non sono e non appaiono sereni e indipendenti; e altre corbellerie del genere.

L’Alfano pensiero è stupendo: il magistrato “ideale” non rilascia interviste.
Si evince da ciò che magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non erano dei buoni magistrati, non erano “ideali”. Troppe interviste!
Qualcuno dei presenti poteva farlo notare, ma sembrava male, meglio non disturbare.


Il momento sublime si ha quando l'eccelso Alfano afferma incauto: “Tocca a noi passare il testimone alle nuove generazioni”.
Infatti le nuove generazione hanno ancora impresso nella mente quel grande messaggio lanciato all’unisono da Berlusconi e Marcello Dell’Utri: “Vittorio Mangano eroe!”.

E se Mangano è eroe, per definizione eroi non potranno mai essere Borsellino, Falcone, e neanche Livatino. Perché delle due l’una, o sei mafioso o sei eroe di Stato.

“Io in un paese come questo non voglio vivere, preferisco morire, preferisco andare a trovare mio fratello [Paolo Borsellino], io non posso vivere in un Paese in cui Mangano viene proclamato eroe…”…“Noi non dobbiamo permettere di vivere in un Paese in cui eroe è Mangano e non Emanuela Loi. Noi non possiamo accettare di vivere in un Paese come questo…”

Io sto con Salvatore Borsellino, voi fate pure.





Pubblicato il 25/9/2009 alle 11.47 nella rubrica Articoli miei e aa.vv..

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